Partecipazione

Blog di Antonio Stancanelli

05 marzo
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Poche semplici regole

E pensare che basterebbe così poco.

Basterebbe seguire poche semplici regole, di cui questa rientra sicuramente fra le prime 5

05 marzo
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You can do it!

“Credo che ognuno di noi potrebbe attraversare un oceano a remi. A due sole condizioni però: avere una forte motivazione e credere nel potere della mente” Alex Bellini

18 febbraio
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Suggerimenti non richiesti, per chi non è solito ascoltare.

Da quello che trapela sui giornali, parrebbe che nella “Agenda” del futuro Governo Renzi, non vi sia posto per un intervento correttivo sulla Giustizia Civile e Amministrativa.

Capisco che in Italia “chi tocca muore”, ma proprio dalla spregiudicatezza che caratterizza il personaggio, mi aspettavo almeno due parole sull’esigenza di mettere mano al nostro sistema giudiziario civile e amministrativo, che fa acqua da tutte le parti, e che fino oggi non è stato oggetto di attenzione, per la sovraesposizione di quello penale.

Così, di botto, mi verrebbe di mettere le mani su questi aspetti:

- costo di accesso alla giustizia: il contributo unificato e marche da bollo, sono chiaramente esosi e imposti per il malcelato scopo di “filtrare” l’accesso alla giustizia, specie nell’amministrativo

- tempi della giustizia folli: a Firenze (non nel profondo sud, con tutto il rispetto per il profondo sud, espresso da chi ha un padre siciliano) l’attuale prima udienza della Corte di Appello civile è 2024/2025 (e poi rimane la Cassazione). Dell’amministrativo neanche a parlarne, visto che provvedimenti cautelari non vengono quasi più concessi e per la discussione si attende anche 10 anni.

E’ chiaro che, se vogliamo attirare investimenti dall’estero ed evitare la fuga di capitali, bisogna pensare a un sistema giudiziario che dia risposte in tempi umani e non stellari.

Per quale motivo un imprenditore dovrebbe investire in Italia se il tempo medio di recupero di un credito è 1.200 giorni, quando la media europea è di 400?

16 febbraio
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Renzhatcher

imageA questo punto c’è solo da piegarsi all’ineluttabile e sperare che Renzi possa trasformarsi nella nostra Thatcher, infliggendo all’Italia quella cura da cavallo di cui ha bisogno, anche se in Italia sarà dura visto che, a differenza dell’Inghilterra, il Presidente del Consiglio non conta un cazzo.

Di questo si era lamentato anche Berlusconi, cercando di porvi rimedio, così come all’incontrollato potere delle Procure; senza ottenere alcun risultato per la storica incapacità degli Italiani di ragionare prescindendo dalle barricate e dalle persone.

Questo Renzi l’ha capito subito, scegliendo di ribattezzare “di sinistra” la sua politica in realtà di destra, distruggendo l’opposizione di sinistra dall’interno.

Sbagliavo quindi quando dicevo che nelle primarie Renzi doveva stare a destra. Non avevo capito il suo piano: distruggere il blocco del vecchio apparato sinistrorso dall’interno, per non avere più quel nemico in casa che tanti danni ha fatto in passato, introducendo una nuova divisione degli Italiani fra “nuova destra proponibile” (PD, che chiamerei a questo punto NDP) e “destra improponibile” (Forza Italia, LEGA & c., che chiamerei NDI), fottendo così anche il NCD – che già contava come il due di picche, appeso all’umore dell’attempato erotomane di Arcore – è i grillini, spesso bravi nei contenuti ma improponibili sul piano politico per i loro folli burattinai.

Chi vivrà, vedrà!

07 febbraio
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Piccolo promemoria

«Tutti dobbiamo morire, non possiamo decidere né come, né quando.

Però possiamo decidere come vivere. Perciò fallo! Decidi!

E’ questa la vita che vuoi vivere?

E’ questa la persona che vuoi amare?

Potresti esser migliore di così?

Potresti esser più forte?

Più gentile…più comprensivo?

Decidi!

Inspira… espira… e decidi!»

Grey’s Anatomy – Stag. 10, ep.1

03 dicembre
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Made in China

Tarocco-Made-in-Italy-in-China-300x230Ricordo una divertente puntata di Ugly Betty (ebbene sì, ho visto anche quella serie), nella quale i protagonisti giocavano a “made in China”, un gioco inventato da loro in cui bisognava cercare attorno oggetti che non avessero l’etichetta “made in china”. Inutile dire che era praticamente impossibile riuscirci.

In effetti, se ci provate anche voi rimaneste stupiti. Il mac su cui sto scrivendo riporta la scritta “designed by Apple in California, assembled in China”, che è una forma più edulcorata e, probabilmente, “Stevejobbiana”, per dire “made in China”.

Altre volte, per confondere le acque, si legge “Made in P.R.C”.

Il concetto è sempre lo stesso: credo che il 95% delle merci e costruito in China e, se non lì, in altri paesi asiatici, tipo Vietnam o Cambogia.

La ragione è semplice: costruire laggiù costa 1/10, se non di più, di quanto costa costruire in altri paesi. Questo per la ragione, oramai nota ai più, di uno sfruttamento, poco dissimile dalla schiavitù, dei lavoratori e dalla totale assenza di ogni cautela ambientale.

Non fraintendetemi. Non voglio fare la solita pippa stile “boikotta” (maledette “K”!), anche perché sarei costretto a privarmi di una serie di oggetti che oramai fanno parte della mia vita quotidiana, essendo certo che la cosa non avrebbe alcuna influenza sulle sorti dei lavoratori cinesi e dell’ambiente.

I recenti fatti della cronaca Pratese hanno, però, nuovamente posto sotto gli occhi di tutti l’altro “segreto di Pulcinella” rappresentato dalle condizioni di lavoro delle comunità cinesi in italia.

Ora, credo che nei confronti di queste, invece, ci sia molto da fare.

Migliaia di lavoratori cinesi vivono in Italia in condizioni molto simili a quelle dei loro connazionali in patria, sfruttati per produzioni realizzate in luoghi di lavoro dove mancano le più basilari norme igieniche – altro che quelle sulla sicurezza del lavoro -, con turni massacranti, che impongono, ad esempio, di dormire sotto le macchine da cucire, molto spesso gratuitamente o con paghe pressoché simboliche, come forma di retribuzione nei confronti del padrone che è anche lo stesso che ha favorito l’ingresso clandestino nel nostro paese.

Con queste situazioni bisognerebbe essere inflessibili e per più di ragione.

La prima, fondamentale, è quella di non macchiarsi le mani tollerando tali crimini sul suolo italiano. Un conto è chiudere gli occhi su quello che succede in altri paesi, altro è far finta di non vedere cosa succede in Italia.

La seconda è che, come è ovvio, queste forme di lavoro schiavista e senza rispetto di alcuna regola sono forme di concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori italiani che, invece, sono letteralmente tartassati da una quantità di norme e regole, molto spesso eccessive, che finiscono per rendere la loro produzione non competitiva, non solo nei confronti dei cinesi, ma, molto spesso, anche degli altri paesi europei.

In ultimo, questi modi di lavorare definibili, per semplicità, “cinesi”, rappresentano una fonte di pericolo concreto per il nostro ambiente, visto che molte delle regole vigenti in Italia hanno la funzione di salvaguardare il nostro ecosistema.

Che fare quindi, dando per scontato che stracciarsi le vesti solo quando “ci scappa il morto” non sia una soluzione?

Sicuramente, più controlli e pene certe.

Ma oltre a questo, credo che vada rivista anche la normativa sul lavoro in Italia, in modo da dare alleggerirne il costo, che oramai, ha raggiunto livelli tali da rendere le assunzioni regolari talmente onerose da spingere sempre più imprenditori ad accettare il rischio della assunzione del rischio del lavoro nero, o, meglio ancora, della esternalizzazione verso il sistema cinese (cinese puro o cinese/italiano che sia).

21 novembre
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11 novembre
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Andiamo!

imageCi sono frasi, come quella dell’immagine, che ci dovremmo ripetere ogni giorno, come un mantra.
“Vivi la tua vita” è certamente un’altra di quelle.

Così come, “mi amo e mi accetto così come sono”.

Ci sono personaggi che questo l’hanno capito benissimo, e sentono il dover di ricordarcelo.

“Ho perdonato errori quasi imperdonabili. Ho provato a sostituire persone insostituibili. Ho cercato di dimenticare persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare. Ma anch’io ho deluso quelli che amo. Ho riso in momenti inopportuni Mi sono fatto degli amici che ora sono amici per la vita. Ho urlato e saltato per la gioia. Ho amato e sono stato amato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho ricambiato. Ho vissuto d’amore e fatto promesse di amore eterno. Ho avuto il cuore spezzato tante volte.. Ho pianto ascoltando la musica e guardando vecchie foto. Ho telefonato a qualcuno solo per ascoltare una voce. Mi sono innamorato di un sorriso. A volte ho pensato di morire perché qualcuno mi mancava troppo. Altre volte ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale che ho finito per perdere.
Ma ho vissuto.
Ma continuo a vivere ogni giorno.
Non mi limito a passare attraverso la vita e non dovresti farlo nemmeno tu: Vivi!
La cosa più bella della vita è andare avanti con i propri piani e i propri sogni, abbracciare la vita e vivere con passione, fallire e ancora mantenere la speranza, e vincere mantenendo l’umiltà.
Perché il mondo appartiene a chi osa e perché la vita è troppo breve per essere insignificante”. (Charlie Chaplin)

06 ottobre
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Piccoli incivili di oggi, grandi incivili di domani

trovato su internet

Più che vado avanti nella conoscenza del mondo e più che mi rendo conto che ciò che ci distingue dagli altri e che, (spero) per il momento, ci impedisce di far ripartire il paese e avere una credibilità internazionale, è l’assoluta mancanza di senso civico.

E con questa parola non intendo qualcosa di alto e astratto, ma semplicemente il rispetto della cosa pubblica come fosse cosa nostra, per un impegno derivante dal contratto sociale, se non, addirittura da un naturale dovere morale.

Nei paesi civili (e credibili), questo senso civico è quello che fa gettare una carta nel cestino, invece che per per terra, a rispettare la differenziazione dei rifiuti, a fare la fila, a raccattare le produzioni del proprio cane; insomma: a rispettare le regole pensate per il vivere civile, per far sì che la libertà mia non sia di ostacolo a quella degli altri.

Noi invece siamo un popolo di furbetti. Le regole esistono solo quando noi pretendiamo di farle valere per gli altri.

Gli esempi sarebbero innumerevoli e sono sotto gli occhi di tutti e a volte talmente eclatanti che verrebbe da sorridere. L’altra mattina ho visto un tipo con un furgone che smadonnava perché un suo simile aveva parcheggiato nel mezzo di strada, che pochi metri più in là ha fatto esattamente lo stesso: il nervoso nasceva solo dal fatto che gli si stava impedendo di comportarsi in maniera altrettanto incivile. E questo veniva mascherato con la censura dell’inciviltà altrui.

Siamo sempre più furbi del prossimo e pronti a tirarlo in tasca al mondo e, soprattutto, allo Stato – in ogni sua articolazione – come se il mondo e lo Stato non fossimo anche noi.

Questo atteggiamento nelle piccole cose, porta poi a una inciviltà “alla grande”, una volta che si riesce a raggiungere il più piccolo potere pubblico.

Non solo si fa politica, dal quartiere in su, perché così si può prendere uno stipendio senza lavorare, gestire il proprio orticello di potere e andare in tasca al popolo bue che deve spaccarsi la schiena per campare; ma anche se non si è in politica, si cerca a tutti i costi di avere contatti con questa, per raccogliere incarichi e prebende, meglio (da più gioia) se scavalcando i meritevoli.

Questo atteggiamento, purtroppo, coinvolge in maniera trasversale il paese e, quello che più mi dispiace, anche molti giovani, ivi compresi i rampanti pseudo sinistrorsi (tipo i Renziani, per intendersi).

Non esiste destra e sinistra, non esistono giovani e vecchi. L’obiettivo è scalzare chi c’è prima di noi, magari additandolo per il suo atteggiamento incivile, ma solo per avere modo di fare altrettanto: un po’ come l’esempio del furgone

Per questo penso: c’è speranza per questo paese? Non dico di diventare come la Svizzera – in cui, mi si dice, il tossico che ti ruba il portafoglio sull’autobus, prima ha fatto il biglietto – ma almeno di non finire come una repubblica delle banane, in cui si arraffa il più possibile prima che la barca affondi, in un ottica miope, specie a livello generazionale, del mors tua vita mea?

L’unica, ancora una volta, mi pare quella di cominciare dalle piccole cose: adottiamo tutti un atteggiamento civile nel normale vivere quotidiano, e puntiamo all’esempio, per non dare l’imprinting sbagliato alle nuove generazioni, che non abbiano a pensare che nella vita esistono facili scorciatoie, perché illudersi di ciò può solo portare a una rapida fine. 

10 settembre
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“La verità è che non ce state a capi’ più un cazzo, ma da mo!’”

E’ vero, non ne volevo parlare più, ma non è colpa mia se mi ci tirate per i capelli.

Berlusconi.

Ancora stiamo lì a strapparci le vesti perché non è stato messo in galera. Per B. diventiamo tutti fini giuristi esperti di diritto costituzionale, così come per i mondiali di calcio siamo tutti allenatori, in grado di disquisire – e meglio del disgraziato CT di turno – di formazioni e schemi di gioco.

La realtà, purtroppo, come direbbe il destroide Ennio Fantastichini “è che non ci state a capi’ più un cazzo, ma da mo’! “

Non ci sono bastati 20 anni di Berlusconismo per farci capire che B. ha avuto tutto questo successo anche (e soprattutto) perché era un ottimo collante e “ombrello” per la sinistra, che, in questo modo si è potuta permettere di vivacchiare, limitandosi ogni tanto a puntare il dito contro il puzzone.

Con questo, sia chiaro: B. è indifendibile, ma, lo è allo stesso modo in cui lo sono D’Alema, Amato, Rutelli, Formigoni & c.

Rispetto a questi personaggi, la differenza far destra e sinistra nella condotta politica e di governo è impalpabile: praticamente hanno fatto – e continuano a fare – le stesse cose. Con la differenza che nel frattempo i secondi ti fanno anche la predica, dato che sino a oggi, stranamente, sono rimasti impuniti.

Quello che rifiuto categoricamente è la divisione manichea fra buoni e cattivi che la peggiore sinistra ha imposto.

Da dove vogliamo cominciare?

Dalla legge elettorale? Il famoso porcellum, per cui tanto la sx si straccia la vesti a Roma – solo a parole, visto che Letta ancora ‘sta riforma della legge elettorale, per cui, principalmente, ha ricevuto il mandato da Napolitano, non l’ha fatta – non è altro che la legge regionale toscana, nata prima di quella nazionale. Ma il cinghialum, come la chiama Renzi, in Toscana va bene, perché in Toscana si vince noi.

O forse vogliamo parlare di riforme costituzionali? Quante volte avete sentito dire che la sacra Carta costituzionale, per cui la sx manifesta in piazza in caso di difficoltà, per alternare un po’ rispetto all’additamento continuo del puzzone, non si poteva toccare con riforme unilaterali non condivise? Peccato che quando ha potuto, la sx – da sola – l’ha modificata. Mi riferisco a quella scellerata riforma del titolo V della Costituzione, non approvata dai 2/3 del Parlamento e per questo oggetto di referendum, effettuata dal Governo dell’Ulivo quasi a fine legislatura, di cui, ancora oggi se ne paga le conseguenze con continui ricorsi alla Corte costituzionale per conflitti di attribuzione far Governo e Enti locali. Nonostante questo, 4 anni dopo, improvvisamente, le riforme unilaterali non andavano più bene, al punto che si è paralizzata la riforma del Governo B. del 2005, nonostante che -a differenza di quella del 2001 – fosse stata approvata dalla maggioranza assoluta del Parlamento, mettendo in piedi una sollevazione popolare, conclusasi con il rigetto del referendum confermativo (v. stesso link sopra).

Oppure, infine, vogliamo parlare di scandali finanziari e nomine pilotate? Perché nessuno si chiede come mai, dopo che è saltato il coperchio del MPS, D’Alema parla ancora, con quel fare da primo della classe, e non è in esilio in una sua Hammamet? Era un segreto di pulcinella il fatto che a Siena non si muoveva foglia se d’Alema non voleva. Dalla Banca alla Fondazione e poi, a cascata, in Comune e Provincia, fino ad arrivare alle squadre di calcio e di basket. Come mai non leggo continuamente sui giornali di intercettazioni e fughe di notizie relative alle indagini MPS: forse che il segreto istruttorio, ancora una volta, vale solo da una parte?

In conclusione, e in estrema sintesi, cari amici, anch’io ritengo che B. si un puzzone, ma non accetto che sia a dirmelo chi lo è stato altrettanto, quando ha potuto, e per di più, grazie a una “divina” impunità, definitivamente consolidata in era di tangentopoli e che valse un seggio sicuro di sinistra nel Mugello al buon Di Pietro.

La realtà è che, se non sono mai state fatte la riforma della legge elettorale, una legge sul conflitto di interessi e altre riforme strutturali, è solo perché in parlamento e al governo non c’è stato mai nessuno che abbia potuto alzare il dito a dire che “il re è nudo”, visto che mancava anche lui dei vestiti. In questo Giuliano Ferrara ha tragicamente ragione: la politica oramai è avvitata in un circolo vizioso, per cui coopta solo soggetti compromessi, in modo che possano essere ricattabili.

Motivo per cui, se vogliamo uscirne, smettiamola di chiedere che B. vada in galera, perché oramai non cambierebbe di una virgola la situazione del paese e cominciamo a chiedere piuttosto conto ai nostri governanti di quello che stanno facendo per il bene del paese, stappandogli con forza la foglia di fico del puzzone con cui si stanno coprendo da vent’anni, per nascondere,  che non ce stanno a capi’ più un cazzo, ma da mo’!

08 agosto
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Povera Italia

È sempre sano abbandonare l’Italia ogni tanto.

Immerso in un melting pot di persone abituate a girare per il mondo e a cambiare paese, lavoro, e abitudini con tutta la famiglia con maggiore facilità e frequenza con cui noi cambiamo casa, non posso fare a meno di realizzare la decadenza autoreferenziale del nostro paese.

Il confronto mattutino con i nostri giornali è deprimente. I Tg estivi della tv generalista, inguardabili: discutiamo da 20 anni di politica in termini di nomi, schieramenti, alleanze e idiosincrasie, come se parlare di questo avesse un senso e un’utilità.

Riempiamo i media di inutili polemiche e prese di posizione su cazzate, in modo da evitare di prendere decisioni sulle questioni veramente importanti. Valutiamo le persone e il loro operato in termini aprioristici – specie quei grilli parlanti della sinistra – al punto di cadere in evidenti contraddizioni.

Nel frattempo, il resto del mondo continua a girare in maniera diversa e ci vede sempre di più come un caso disperato, da lasciare abbandonato a se stesso.

Not in my name!

21 dicembre
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Un bilancio e un augurio

Più passano le ore e più che mi convinco che i Maya non sono stati compresi: la fine si sta veramente avvicinando, ma non come ce l’aspettavamo.

Per come si stanno evolvendo le cose è oramai chiaro che la sciagura non è rappresentata dal morire, ma dal rimanere in vita ed essere costretti a sopportare ‘sto schifo.

Ma non voglio indugiare in facili lamentazioni, scaricando su altri la responsabilità.

Volendo fare un bilancio, infatti, mi ritengo moderatamente soddisfatto di come mi sono comportato. Potevo far meglio? certamente. Ma potevo anche fare molto peggio.

Posso essere fiero di avere due bambini stupendi che stanno venendo su belli, sani e intelligenti. Tutto questo, sia chiaro, è in gran parte merito di mia moglie, che una buona stella mi ha fatto incontrare, e che ho saputo vedere e desiderare in un momento, al tempo, di rara lucidità: con salti mortali e tripli avvitamenti, riesce sempre a tenerli sempre sott’occhio, con un controllo vigile ma mai soffocante, e a trasmettergli un sano approccio alla vita.

Sul lavoro non è stato semplice, ma credo di aver saputo reagire, approfittando del momento per mettere a segno qualche cambiamento di marcia e nuovi obiettivi.

Il piano “B” non è ancora emerso, ma confido, continuando a pensarci, di trovarlo presto.

L’augurio per il prossimo anno – ‘ntu cuolo ai Maya, appunto – che faccio a me, ma che rivolgo anche a voi tutti, è quello di mantenere vigile l’attenzione e l’energia, consapevole che in un momento di così rapidi cambiamenti, l’unico modo per cavarsela è essere disposti ad accettarli, agili come gatti, presenti a se stessi e agli eventi, perché, non dobbiamo mai scordarcelo, è lo stare fermi a essere innaturale.

05 dicembre
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17 ottobre
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Un piccolo esercizio di pensiero positivo: che la forza sia con voi!

Vi segnalo sul corriere di oggi un bellissimo articolo di Steven Kotler, il co-autore di “Abundance: the future it’s better than you think“, che ribalta il pessimismo sul futuro che tanto piace ai nostri media.

Giusto per avere un idea, scrive Kotler:

“Oggi, infatti, grazie all’accelerazione esponenziale del progresso tecnologico e ad altre forze emergenti, siamo alla vigilia di un domani migliore di come viene descritto. I progressi nell’intelligenza artificiale e nella robotica, la rapida diffusione delle reti a banda larga, delle nanotecnologie, della biologia sintetica e di molte altre tecnologie rivoluzionarie ci consentiranno di fare più progressi nei prossimi vent’anni di quanti ne abbiamo fatti negli ultimi duecento. Presto saremo in grado di soddisfare pienamente i bisogni primari di ogni uomo, donna e bambino sul pianeta: l’abbondanza per tutti è davvero alla nostra portata.
Bisogna chiedersi: come va il mondo realmente? Molto meglio di quanto la maggior parte di noi sospetti. La violenza è ai minimi storici e la libertà personale ai suoi massimi. Nell’ultimo secolo la mortalità infantile è diminuita del 90%, quella da parto del 99% e l’aspettativa di vita media è aumentata del 100%. Il cibo è più economico e abbondante che mai (buona parte dei generi alimentari, ad esempio, costa 13 volte meno che nel 1870). La povertà è diminuita più negli ultimi 50 anni che nei precedenti 500: aggiustati all’inflazione, infatti, i redditi sono triplicati nell’ultimo mezzo secolo. Inoltre, molti di quanti oggi vivono sotto la soglia di povertà hanno comunque accesso al telefono, ai servizi igienici, alla televisione, all’acqua corrente, all’aria condizionata e persino all’automobile. Un secolo e mezzo fa, i più ricchi tra gli europei non avrebbero nemmeno sognato un simile benessere.
E questi cambiamenti non sono limitati al mondo sviluppato. Oggi, in Africa, un guerriero masai munito di telefono cellulare può comunicare meglio di quanto potesse fare il presidente degli Stati Uniti 25 anni fa; se ha uno smartphone e Google, ha accesso a una mole di informazioni maggiore di quella alla portata del presidente appena 15 anni fa. Inoltre, può guardare e realizzare video, ascoltare e registrare contenuti sonori, localizzare ed essere localizzato con il gps, parlare in videoconferenza, attingere a vasti archivi di libri, film, giochi e musica. Solo 20 anni fa, questi stessi beni e servizi sarebbero costati oltre un milione di dollari.”

Tutto questo, secondo Kotler, si otterrà grazie a 4 forze: il progreso tecnologico, la potenza del fai da te, i (tanti) soldi impiegati dai tecnofilantropi ed, infine, i più poveri tra i poveri, il cosiddetto «miliardo degli ultimi».

Ma non voglio anticiparvi troppo.

Aggiungo solo che, secondo me, il motore di tutto questo è l’ottimismo e la conservazione della capacità di sognare.

Quindi: rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo a vedere il bicchiere mezzo pieno e a rincorrere i nostri sogni.

Think positive!

A.

08 ottobre
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Sempre più in alto! (per aspera ad astra)

E’ questo lo spirito che vorrei mi/ci muovesse tutti i giorni.

Pensare al limite come a una sfida.

Ai problemi come a una palestra.

Dopotutto, non è certo una novità: i latini c’erano arrivati da ‘mo!

 

06 settembre
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Coraggio!

Capita a tutti di sentirsi giù, di avere la giornata storta. Pensare che il mondo sia contro di voi e che le sciagure vi vengano a cercare.

Addirittura ci sono persone che fanno di questi pensieri il loro consueto abito mentale (vi lascio immaginare con quali risultati).

Poi ci sono persone così

Bene. Non so voi, ma io è da questo tipo di persone che voglio imparare.

27 agosto
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La salute vien mangiando

Di seguito riporto il testo di una mail che ho appena inviato a Piero Ostellino in relazione a un suo articolo sul Corriere di oggi, con cui criticava la preannunciata imposizione di una tassa sulle bevande dolcificate, perché mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in merito.

“Egregio dottore, ho appena letto il Suo articolo sulla tassa per le bevande dolcificate e mi permetto di dissentire dalla opinione in esso espressa.

Adottare volontariamente comportamenti insani sotto l’aspetto alimentare non può essere ritenuto un comportamento attinente alla sola sfera privata dell’individuo, su cui, quindi, lo Stato italiano non dovrebbe mettere bocca. In Italia, infatti, esiste un servizio sanitario che irroga in maniera pressoché gratuita prestazioni di assistenza, finanziando questa attività con fondi nazionali, derivanti da tasse generalmente imposte a tutti i cittadini.
Ben comprendo – e sono favorevole – lo spirito solidaristico sottostante, quando questo sia volto a  garantire assistenza rispetto a malattie non generate da comportamenti volontari, ma mi spiega per quale motivo non possa essere previsto un contributo specifico a carico di qui soggetti che abbiano adottato comportamenti che, notoriamente, presentano rischi rispetto a determinate patologie?
Penso a chi fuma le sigarette, a chi vive in stato di obesità non derivante da particolari patologie, a chi fa abuso di alcool e sostanze stupefacenti, oppure – perché no – a chi beve troppe bevande zuccherate.
Sia ben chiaro: non è mia intenzione condannare moralmente simili abitudini o pensare che lo Stato debba impedirle (io sono favorevole anche alla liberalizzazione delle droghe leggere).
Credo però che chi adotti volontariamente comportamenti di cui è nota la pericolosità per la salute debba accollarsi anche, in parte, gli oneri economici derivanti per la collettività.
Con stima”

08 agosto
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Essere o non essere (II parte)

Nel libro di Legrenzi  è accennato un altro aspetto interessante.

Come ho scritto ieri, secondo Ligrenzi, per compiere la scelta giusta si può utilizzare (ma non in maniera rigorosa e matematica) i principi economici dei “costi-opportunità” e costi sommersi, valutando i pro e i contro di ogni possibile strada.

Ma come si fa a essere certi di aver individuato tutte le possibili alternative e tutti i pro e contro di ognuna di esse?.

Per l’autore bisogna stare attenti a non farsi fregare da quello che chiama “focusing effect” (effetto di focalizzazione, in italiano anche se nella traduzione l’espressione perde un po’).

Il concetto è spiegato attraverso un esempio:

“Poniamo che una vostra amica, mentre state programmando una serata insieme, vi dica: «Andiamo al cinema oppure no?». Che cosa vi verrà in mente di domandarle per decidere come passare la serata? Vi verrà spontaneo chiedere informazioni sul tipo di film, sui protagonisti, sul regista, sugli orari dei cinema, e così via. Quello che si potrebbe fare in alternativa, quello che sta dietro il dubbio espresso da “oppure no”, viene approfondito in seguito: solo quando si scopre che non c’è nessun film che ci piacerebbe vedere. Se siamo insoddisfatti da quanto ci offre la proposta “cinema”, incominciamo a esplorare altri eventuali modi piacevoli di trascorrere la serata.

Tutto ciò può sembrare ovvio. Eppure è altrettanto ovvia l’obiezione che, procedendo in tal modo, vi potete perdere qualcosa. Vi può capitare che giudichiate esaustiva e soddisfacente la ricerca delle informazioni, e decidiate così di andare al cinema. Senza saperlo eliminate a priori, magari sbadatamente, modi diversi di passare la serata. E allora a che cosa serviva, nella domanda iniziale, quell’«oppure no?». Bastava domandare: «Che cosa c’è al cinema?».

Se conoscete la P.N.L – aprire quella porta significa entrare su un mondo fantastico, che, se non lo avete mai fatto, vi consiglio di esplorare – sapete che il “focus”, cioè dove poniamo attenzione nel ragionamento e nelle azioni, condiziona il nostro modo di pensare e di agire. Questo è stabilito, comunque e costantemente, anche in assenza di un atto volontario, dal nostro inconscio attraverso un continuo dialogo interiore, basato su domande che ci poniamo mentalmente (e a cui ci rispondiamo).

Bene. Sempre secondo la P.N.L. esistono modi corretti e modi sbagliati di porsi simili domande, perché certe domande hanno insita la risposta, per cui, imparare a controllarle, consente di forzare il nostri ragionamento su domande chiamate “potenzianti”,  che generano risposte positive, eliminando quelle “depotenzianti”, che non ci aiutano.

L’esempio di Legrenzi è neutro, rispetto a questo concetto, ma rende bene l’idea.

E’ chiaro a tutti che la domanda “andiamo al cinema oppure no?” è diversa da quella “che facciamo stasera?”, in cui non è data preferenza ad una specifica attività, oppure ad un: “usciamo stasera o no”, in cui, per la stessa ragione illustrata sopra, è data la priorità all’uscire.

Così, chi conosce la P.N.L. è in grado così di orientare se stesso, e gli altri, solo ponendosi le domande giuste.

Di fronte a un problema, è, infatti, chiaramente diverso pensare “come faccio a risolverlo”, piuttosto che “ma perché tutti i problemi capitano a me”.

 (to be continued…)

05 dicembre
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Genio

Ricordiamocelo sempre: nella vita non servono i mezzi, le opportunità.

O meglio, certamente aiutano, ma quello che serve sono le idee, il pensare fuori dal coro, il genio. Che non è solo un dono, è anche allenamento, ricerca e concentrazione.

Guardate cosa erano in grado di fare nel ’900.

 

24 novembre
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Lo stato della giustizia: basterebbe poco (premessa)

Ho iniziato a scrivere questo post mentre stavo aspettando sulla panca di essere ricevuto da un Giudice del Tribunale di Firenze per un’udienza.
Non è il giudice con cui la causa è iniziata. Siamo già al terzo, e la causa è iniziata nel 2008. In realtà questo non è un vero giudice, è un “non togato”, un G.O.T, un giudice onorario, “prestato” alla giustizia, senza, cioè, che sia dipendente del Ministero, avendo fatto un concorso per occupare quel posto.

Come era presumibile, quindi, anche a questo giro, non è successo niente: abbiamo preferito fare un ennesimo rinvio nell’attesa che la causa sia assegnata a un nuovo giudice, visto che il “non giudice” presente in udienza non aveva piena cognizione della causa, “passava di lì” e così non aveva nemmeno interesse a occuparsi di qualcosa che avrebbero deciso altri, più avanti.
L’udienza era per le 10. Siamo entrati, però, alle le 10 e 45, perché, non so per quale motivo, il GOT era in ritardo sul calendario. Ma oramai siamo abituati anche a questo e soli 45 minuti di ritardo ci paiono niente

Con la collega della Provincia, così, tanto per cambiare, finiamo a parlare dei malfunzionamenti della giustizia (a noi ben noti, come addetti ai lavori).

Sempre per essere propositivi – a parlar male sono bravi tutti -, proviamo a pensare a qualche soluzione, ben coscienti di non essere né i primi, né gli l’ultimi e, probabilmente, i meno qualificati, che si occupano dell’argomento.

L’idea è quella di pensare ad una soluzione “a costi zero”, perché, come ormai pare ovvio a tutti, quattrini non ce ne sono più e senza bisogno di una ennesima riforma del codice.
Guardandomi intorno, vedo, infatti, realtà che, a parità di risorse, funzionano, o comunque, funzionano meglio di altre.

Nel nostro paese, infatti, stando ai dati statistici (al volo, sulla panca, ho trovato questi) ci sono Tribunali in cui un processo dura in media 358 giorni, e altri in cui, invece, si passa il migliaio. E non pare un problema legato solo alle differenze Nord-Sud, se Bologna è quasi a pari di Bari (1.046 gg, a fronte di 1.276, un’infinità!).

Secondo quell’articolo de La voce di quattro anni fa, scritto da autorevoli personaggi, a Torino si è riuscito a ridurre del 33% l’arretrato, semplicemente organizzandosi meglio.

Non credo, infatti, che la strada corretta sia quella fino ad oggi perseguita di creare (solo) sbarramenti all’accesso alla giustizia, specie quando lo sbarramento è rappresentato dal prezzo da pagare per adire il giudice. Non fosse altro perché un simile modo di procedere è fonte di disparità di trattamento, e rappresenti un’ingiustificata limitazione del diritto di difesa e, come tale, incostituzionale

Per coloro che non sono del mestiere segnalo che, grazie alle recenti modifiche legislative, per presentare un ricorso al TAR occorre sborsare allo stato un contributo unificato (che ha sostituito la vecchia carta bollata) fisso, indipendente cioè dal valore della controversia, che va da 600€, a 1.5000€ (per le espropriazioni), fino ai 4.000€ (per gli appalti). Non solo, questi importi vanno pagati ogni volta che viene cambiata la domanda, tipo, ad esempio, per impugnare tutti i provvedimenti successivi dello stesso procedimento.

Così, ad esempio, per un esproprio si può tranquillamente arrivare a pagare al solo Stato 6 /9.000 €, o, per un appalto, 8/12.000. E questo, ripeto, indipendentemente dal fatto che via abbiano espropriato solo un piccolo pezzetto di terra o mezza Toscana, o che abbiate fornito 12 pacchetti di fazzoletti di carta a una mensa scolastica, piuttosto che vogliate ottenere i lavori per la costruzione di un tronco autostradale.
Se questo non è incostituzionale…. (segue)