Partecipazione

Blog di Antonio Stancanelli

08 febbraio
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La negoziazione assistita: un’occasione che gli avvocati devono cogliere

imageQuesto lunedì entra in vigore il C.d. Decreto Giustizia (D.L. n. 132/2014) che ha introdotto in Italia l’istituto della “negoziazione assistita”.

In buona sostanza, si tratta di un tentativo di conciliazione stragiudiziale svolto fra le parti, con l’assistenza, appunto, dei loro avvocati.

La negoziazione è obbligatoria per le richieste di risarcimento danni da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento inferiori a 50.000 €.

L’intento è chiaramente quello “deflattivo”. Si spera cioè di ridurre l’accesso alla giustizia, senza porsi in contrasto con il diritto alla difesa sancito in Costituzione.

Io credo, però, che gli avvocati dovrebbero cogliere l’opportunità della norma per estendere al massimo l’operatività dell’istituto, utilizzandolo anche quando sia facoltativo, recuperando così la dignità e la credibilità della nostra professione.

La negoziazione, che molti di noi adottano nei fatti, da sempre come stile di lavoro, può essere, infatti, lo strumento attraverso il quale innalzare la qualità del servizio dato al cliente, mostrandogli, con i fatti e non solo con le parole, che l’obiettivo che si persegue come primario è effettivamente l’interesse sostanziale del cliente e non una forzata litigiosità giudiziale “ad notulam”.

Rimbocchiamoci quindi le maniche: adesso tocca a noi mostare che, così facendo, svolgiamo un ruolo essenziale per la società, che rappresentiamo per i clienti uno strumento di comprensione del complesso mondo del diritto, grazie al quale, perché no, possono rendersi conto che quella causa che volevano intentare o cui volevano resistere quando sono entrati nel nostro studio, a ben vedere porterà più svantaggi che benefici e che invece un accordo stragiudiziale può servire meglio allo scopo.

21 dicembre
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Lo stato della giustizia: un esempio

Preso dagli eventi contingenti ho abbandonato temporaneamente il tema “giustizia”.

Approfitterò di queste vacanze per mettermi in pari.

Nel frattempo, approfitto dell’amico Massimo, per sottoporvi un fulgido esempio dello stato pietoso in cui ci troviamo.

Abbiate la pazienza di leggerlo tutto. Non vi deluderà. (Uscirà su contratto e impresa 1/2012).

Sicuramente su questo dovrà essere messo mano, se si vuole che il paese riparta.

MASSIMO ARAGIUSTO

Il datore di lavoro, il lavoratore, i giudici ed il meteorologo

Tragiche storie vere di fantadiritto

Questa è la storia di un povero datore di lavoro che non sapeva quale attività lavorativa far svolgere ad un proprio dipendente e che, per non sbagliare, si rivolse al Giudice.

Un giorno un lavoratore, il quale era addetto alla guida di autobotti che trasportavano sostanze chimiche pericolose, durante la fase di scarico venne investito dalla fuoriuscita di un acido caustico che determinò gravi ustioni sul suo corpo.

Dopo la lunga assenza necessaria per la guarigione, il dipendente C. rientrò in azienda. Prima di essere riammesso al lavoro, fu sottoposto alla obbligatoria visita di idoneità, all’esito della quale fu giudicato “idoneo parzialmente”.

Il lavoratore – sentenziò il medico – non avrebbe più potuto svolgere mansioni che avrebbero comportato “1- l’utilizzo di indumenti protettivi di classe terza; 2- il contatto con sostanze caustiche od irritanti per la pelle in genere; 3- il riscaldamento dei tessuti cutanei ed un’eccessiva sudorazione, sia per irradiazione solare che per attività fisica intensa”.

Preso atto di ciò il datore di lavoro, non volendo procedere al licenziamento del dipendente e non potendo adibirlo alle mansioni di autista addetto al carico e scarico di sostanze chimiche pericolose, gli assegnò mansioni esecutive all’interno degli uffici.

Il lavoratore però, tutt’altro che soddisfatto ed affatto grato al datore di lavoro – benché le nuove mansioni fossero oggettivamente meno onerose di quelle precedentemente svolte, e nonostante l’orario di lavoro, l’inquadramento ed il trattamento retributivo fossero rimasti invariati – definendo “mansioni all’occorrenza, non rispondenti alla sua professionalità” le nuove attività affidategli, presentò avanti al Tribunale un ricorso col quale ne sosteneva l’illegittimità e la conseguente dannosità per la di lui professionalità, chiedendo la condanna della Società ad un consistente risarcimento dei danni asseritamente subiti e subendi.

A suffragio delle proprie doglianze il lavoratore-ricorrente dichiarava che, a seguito ed a causa dell’infortunio sul lavoro rimaneva “giorni e giorni in casa con le finestre chiuse” non avendo “interesse per la vita che lo circonda”, rimanendo seduto “sul divano in silenzio per molte ore senza accorgersi di cosa gli accade intorno”, non rispondendo “al campanello di casa ovvero al suono del telefono”, ed avendo “episodi di balletto continuo della gamba”, “una vita completamente falsata”, trovandosi in una situazione di “sofferenza e desiderio di isolamento” tali da renderlo “molto irascibile ed intrattabile”.

Il ricorrente dichiarava altresì di essere “nell’arco della giornata soggetto a continui cambiamenti di umore”, di passare “nottate agitate”, di alzarsi “spesso” e di “girare per casa per mancanza d’aria”. Aggiungeva infine di avere “carenza d’aria nei locali pubblici” e di ammalarsi spesso e facilmente, essendo state “le proprie difese immunitarie compromesse”, e sentendosi colpevole di portare “virus e batteri anche all’interno della famiglia”.

A suffragio di quanto sopra allegava relazioni medico legali che attestavano le suddette patologie fisiche e psichiche.

Sbigottito, oltre che sorpreso da una sì tale iniziativa giudiziaria, il datore di lavoro, non sapendo più come impiegare il proprio dipendente, non volendo cagionare danni alla sua integrità psico-fisica, né tantomeno essere anche solo astrattamente ritenuto responsabile di danni che lo stesso, magari nel compimento di atto estremo, avrebbe potuto cagionare a terzi, si rivolgeva al medesimo Tribunale, depositando in data 22 dicembre 2009 un ricorso d’urgenza con il quale formulava al Giudice le seguenti domande e conclusioni:

in tesi

- accertare e dichiarare in via sommaria l’inidoneità fisica del C. allo svolgimento delle mansioni cui risulta contrattualmente adibito, così come di mansioni equivalenti;

- accertare e dichiarare in via sommaria il rifiuto da parte del C. dello svolgimento di mansioni diverse ed anche non inferiori;

- dichiarare la risoluzione del contratto di lavoro in corso tra T. e C. per impossibilità sopravvenuta;

in ipotesi

- adottare tutti i provvedimenti cautelari di rito opportuni, indicando le mansioni cui il C. debba essere adibito, nel rispetto del principio di tutela della salute del lavoratore, della professionalità dello stesso, oltre che del principio di libertà di iniziativa economica del datore di lavoro”.

All’udienza di discussione il lavoratore si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto delle domande datoriali e, all’esito della discussione, il Giudice di prima fase respingeva il ricorso presentato dall’impresa, dichiarandolo inammissibile e comunque infondato.

L’Azienda proponeva quindi reclamo.

Il Collegio Giudicante, una volta costituitosi il contraddittorio, anche su istanza della parte reclamante, disponeva consulenza medico legale con i seguenti quesiti:

1) “accerti il CTU natura entità e durata delle lesioni patite dal ricorrente nell’infortunio di cui è causa, quantificando l’incidenza sull’integrità psicofisica dello stesso sia in termini di temporanea che permanente

2) “accerti il CTU previa visita del lavoratore e previa consultazione della documentazione medica agli atti, ivi compresa la certificazione prodotta in data odierna dalla parte reclamata datata 25.2.2011 e proveniente dal medico aziendale, quali siano le condizioni psichiche del predetto lavoratore e stabilisca la loro eventuale incidenza sulla idoneità dello stesso a svolgere le mansioni contrattualmente previste”.

Il Tribunale, preso atto delle argomentazioni e conclusioni delle parti, acquisita la consulenza medico legale, all’esito della discussione ed in scioglimento della assunta riserva in decisione della causa, il dì 11 ottobre 2011 (e quindi a circa due anni di distanza dall’inizio della procedura d’urgenza!), così in Nome del Popolo Italiano statuì:

letti e applicati gli art. 669-bise segg. c.p.c., in accoglimento del reclamo revoca l’ordinanza del 29.4.2010 emessa dal Tribunale, in composizione monocratica e quale Giudice del Lavoro di primo grado, e, in accoglimento della domanda proposta in via subordinata dalla società datrice nel ricorso ex art. 700 c.p.c.,

1) ordina a T. di adibire C. alle proprie mansioni contrattuali di autista e mulettista previa immediata adozione da parte della stessa società datrice di tutte le misure di prevenzione tecniche e organizzative di seguito elencate:

1-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°il lavoratore deve utilizzare per l’esecuzione della prestazione lavorativa solo gli automezzi e i carrelli elevatori dotati di impianto di aria condizionata;

2-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°il lavoratore deve essere adibito al carico/scarico di autobotti dei soli prodotti che non richiedono l’utilizzo dei DPI di 3° categoria;

3-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°, al lavoratore deveessere assicurato un numero di pause, della durata di circa 5 minuti ogni ora, adeguato alla temperatura, al grado di umidità ed al carico di lavoro;

4-a) nei luoghi di carico/scaricoesterni all’azienda devono essere creati, mediante l’installazione di adeguate ombrellature o tettoie fisse, idonei punti d’ombra nei quali il lavoratore possa ripararsi dai raggi solari durante le fasi di presidio del carico/scarico autobotti;

5-a) per quanto concerne le mansioni di scarico, nelle giornate estive, quand’anche la temperatura non sia superiore a 25°, in assenza di idonei punti d’ombra nei luoghi di scarico, il lavoratore deve essere adibito allo scarico di autobotti dei soli prodotti che non richiedono l’utilizzo dei DPI di 3° categoria;

2) compensa integralmente fra le parti le spese di lite del procedimento ex art. 700 c.p.c., e della presente fase di reclamo;

3) pone definitivamente a carico di entrambe le parti, in solido tra loro, le spese delle CTU effettuate, già liquidate con separato decreto”.

Lo sconcerto fu totale!

Ed infatti come avrebbe potuto l’imprenditore imporre ai propri clienti di allestire nei piazzali “tettoie ed ombrellature” al fine di consentire al lavoratore C. di ripararsi dal sole?

E come avrebbe potuto il datore di lavoro garantire al dipendente un non meglio specificato adeguato “carico di lavoro” garantendogli altresì “un riposo di 5 minuti ogni ora”, laddove il lavoratore avrebbe dovuto prestare la propria attività lavorativa prevalentemente al di fuori dei locali aziendali spostandosi su strade urbane, extraurbane ed autostrade?

Ed ancora.

Come avrebbe potuto il datore di lavoro utilizzare il lavoratore quando, per qualsiasi motivo e contingenza, le uniche sostanze da trasportare fossero state solo e soltanto quelle sostanze chimiche pericolose – e sono l’assoluta maggior parte – che impongono l’utilizzo della tuta DPI di terza categoria vietata dal medico al lavoratore C.?

Ma soprattutto.

Come avrebbe potuto il povero datore di lavoro sapere se nell’arco dell’intera giornata lavorativa la temperatura si sarebbe spinta oltre i 25°; e come avrebbe potuto lo stesso sapere se i 25° sarebbero stati superati nelle diverse località ove l’autista avrebbe dovuto recarsi?

Come l’imprenditore avrebbe potuto stabilire il programma settimanale di consegne, rispettando il dictum dei giudici di tener conto del non meglio specificato grado di umidità”?

Forse rivolgendosi ad un meteorologo?

La domanda sorge spontanea: come può essere stato possibile che un sì tale provvedimento sia stato emesso, laddove l’art. 41 della nostra Carta costituzionale dispone che “L’iniziativa economica privata è libera”, e la Suprema Corte, ex plurimis, ha statuito che “In relazione al licenziamento motivato da inidoneità fisica sopravvenuta ed all’onere datoriale di assegnare al prestatore mansioni equivalenti compatibili con le mutate condizioni fisiche, non è configurabile un obbligo dell’imprenditore di adottare nuove tecnologie, non in dotazione dell’azienda, in grado di eliminare gravosi sforzi fisici nell’esecuzione della prestazione; infatti, anche con riguardo ad interessi costituzionalmente rilevanti (diritto al lavoro, alla salute), la tutela di singoli lavoratori non può spingersi fino a determinate scelte organizzative preordinate al perseguimento di finalità assistenziali, eventualmente incidenti sulla posizione di altri dipendenti ed imposte all’impresa senza il supporto di una disposizione di legge, ai sensi dell’art. 23 Cost., come avviene, invece, con la tutela apprestata dalla l. n. 482 del 1968.” (Cass., 5 agosto 2000, n. 10339)?

Ma se questa è l’italica giustizia, insuperabile per qualità e celerità (sic!), è forse vero che l’Italia, che in passato è stata la culla del diritto, ne è diventata la tomba: ai posteri l’ardua – ci si augura migliore – sentenza!

 

 

03 dicembre
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La manovra di Monti (e i mari che vorrei)

Leggo della possibile manovra di Monti e mi vengono spontanee due riflessioni.

1) Si parla di aumento delle aliquote irpef degli ultimi due scaglioni, se non anche dell’IVA, e mi chiedo: c’era bisogno di un superprofessore per aumentare le tasse?

Mi pare che il passaggio da Tre-Monti ad uno solo non abbia cambiato l’impostazione di fondo basata sulla richiesta di nuove tasse a chi già le paga, piuttosto che sul contrasto dell’evasione che, come è noto a tutti, in Italia ha una dimensione impressionante, come quella di un mare.

Capisco che sia più semplice andare a prendere nuove tasse a chi già si conosce, piuttosto che andare a cercare chi non esiste per il fisco o chi dichiara redditi da pezzente, pur girando in Porsche Cayenne e magari, per questo, godendo di agevolazioni (se no addirittura, esenzioni) sul costo dei servizi.

Speravo però che SuperMario avesse in mente qualcosa di meglio che aumentare semplicemente le tasse a chi già le paga in un sistema fiscale che ha la pressione sui redditi più forte di qualsiasi altro paese europeo, in proporzione ai servizi che offre in cambio.

Dove stanno le misure a sostegno dello sviluppo?

Temo che bisognerà aggiornare il detto: prima si diceva che l’Italia è una penisola bagnata da tre mari e prosciugata da “Tre-monti”, ora bisognerà iniziare a dire che è prosciugata da “qualsiasi-Monti” :-(

2) Sinceramente non comprendo- e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse – a cosa serva abolire le tariffe minime delle professioni, se non addirittura gli stessi ordini professionali.

Qualcuno spieghi al nostro nuovo premier – ma soprattutto a Bersani – che le tariffe minime rappresentano l’unico baluardo che ha chi si affaccia alla professione per avere un minimo di forza contrattuale, senza dovere rimanere costantemente sottocosto per poter lavorare. Mi pare, quindi, una misura che va a danno dei giovani.

Anche l’abolizione degli ordini mi pare inutile, se proposta per aumentare la concorrenza. Siamo già troppi, anche liberalizzando la professione, non aumenteremmo più di così.

Girando in rete ho trovato questi dati di bologna, oppure questi dati nazionali, riportati dal Sole24HH: il 50% degli avvocati guadagna meno di 16mila euro all’anno!

Mi si dirà che i dati sono falsati perché gli avvocati non pagano le tasse. A parte che vorrei conoscere in quale modo, visto che, per quanto mi riguarda, circa il 98% dei miei clienti è un ente pubblico o una società (e forse per questo rientro fra l’1% della popolazione più ricca d’Italia, pur non avendo barche, case a Cortina, Porsche ecc…).

Ma anche se così fosse, chi vi impedisce di fargliele pagare?

Chi impedisce di far pagare le tasse a medici, idraulici, muratori, elettricisti, imbianchini…

Vi lascio con questa perla.

Una delle mie segretarie ha come vicino di ombrellone al bagno un impresario edile che cambia una Porsche ogni due anni e che candidamente gli ha confessato che questo anno ha dichiarato di più per paura degli accertamenti. Indovinate quanto: 15.000 €. Meno del costo di mantenimento – non di acquisto – della macchina.

Continuiamo così… facciamoci del male

26 novembre
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Lo stato della giustizia: basterebbe poco (i dati di fatto)

A mio giudizio, il problema principale, quello che tocca da vicino la maggior parte dei cittadini e degli operatori è rappresentato dalla lentezza dei processi civili.

La ragione è evidente. Se i processi sono lunghi, l’accesso alla giustizia tende a funzionare all’incontrario: ti rivolgi al giudice solo se hai torto, per guadagnare tempo. Se hai ragione, sei costretto a trovare un accordo, secondo il noto principio, parlando di soldi, dei “pochi maledetti e subito”.

Quando si parla di crisi, penso sempre che la vera cassaforte d’Italia (e ciò che frena di più lo sviluppo) è il processo civile.

Guardate questi dati impressionanti (li ha citati il Presidente della Corte di Cassazione l’anno scorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario): nonostante la crisi economica globale dell’ultimo anno “tutte le nazioni europee hanno registrato lievi progressi mentre in Italia occorrono ancora 1.210 giorni per recuperare un credito”.  In Francia di giorni ne bastano 331, in Germania 394, nel Regno Unito 399, in Belgio 505, in Spagna 515 (media Ocse: 462 giorni).

Siamo al 156° posto, quando tutti gli altri paesi europei sono entro il 50°. Siamo secondi anche al Gabon e all’Angola.

Quando sento queste cose, mi torna in mente la famosa “pizza di fango del Camerum” della Cinzia Leone

E’ evidente che in questa situazione è difficile fare impresa per gli italiani, ma, soprattutto, è ancora più difficile che investitori esteri vengano a spendere soldi da noi, sapendo che, per riaverli indietro, devono aspettare 4 anni: 4 anni, con l’attuale velocità delle transazioni commerciali, è un tempo biblico (segue)

25 novembre
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Lo stato della giustizia (un inciso)

Per chi ha lo stomaco forte, segnalo questo sito.

Così, giusto per aver presente in che mondo viviamo.

Mi piacerebbe sapere come mai CSM, Presidenti di Tribunali e i vari ordini non fanno pulizia.

Altrimenti, si finisce per dare ragione a chi dice, ad esempio, per quel che mi riguarda più direttamente, che gli ordini sono solo corporativi e vanno aboliti ;-)

(vomito!)