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Blog di Antonio Stancanelli

03 dicembre
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Made in China

Tarocco-Made-in-Italy-in-China-300x230Ricordo una divertente puntata di Ugly Betty (ebbene sì, ho visto anche quella serie), nella quale i protagonisti giocavano a “made in China”, un gioco inventato da loro in cui bisognava cercare attorno oggetti che non avessero l’etichetta “made in china”. Inutile dire che era praticamente impossibile riuscirci.

In effetti, se ci provate anche voi rimaneste stupiti. Il mac su cui sto scrivendo riporta la scritta “designed by Apple in California, assembled in China”, che è una forma più edulcorata e, probabilmente, “Stevejobbiana”, per dire “made in China”.

Altre volte, per confondere le acque, si legge “Made in P.R.C”.

Il concetto è sempre lo stesso: credo che il 95% delle merci e costruito in China e, se non lì, in altri paesi asiatici, tipo Vietnam o Cambogia.

La ragione è semplice: costruire laggiù costa 1/10, se non di più, di quanto costa costruire in altri paesi. Questo per la ragione, oramai nota ai più, di uno sfruttamento, poco dissimile dalla schiavitù, dei lavoratori e dalla totale assenza di ogni cautela ambientale.

Non fraintendetemi. Non voglio fare la solita pippa stile “boikotta” (maledette “K”!), anche perché sarei costretto a privarmi di una serie di oggetti che oramai fanno parte della mia vita quotidiana, essendo certo che la cosa non avrebbe alcuna influenza sulle sorti dei lavoratori cinesi e dell’ambiente.

I recenti fatti della cronaca Pratese hanno, però, nuovamente posto sotto gli occhi di tutti l’altro “segreto di Pulcinella” rappresentato dalle condizioni di lavoro delle comunità cinesi in italia.

Ora, credo che nei confronti di queste, invece, ci sia molto da fare.

Migliaia di lavoratori cinesi vivono in Italia in condizioni molto simili a quelle dei loro connazionali in patria, sfruttati per produzioni realizzate in luoghi di lavoro dove mancano le più basilari norme igieniche – altro che quelle sulla sicurezza del lavoro -, con turni massacranti, che impongono, ad esempio, di dormire sotto le macchine da cucire, molto spesso gratuitamente o con paghe pressoché simboliche, come forma di retribuzione nei confronti del padrone che è anche lo stesso che ha favorito l’ingresso clandestino nel nostro paese.

Con queste situazioni bisognerebbe essere inflessibili e per più di ragione.

La prima, fondamentale, è quella di non macchiarsi le mani tollerando tali crimini sul suolo italiano. Un conto è chiudere gli occhi su quello che succede in altri paesi, altro è far finta di non vedere cosa succede in Italia.

La seconda è che, come è ovvio, queste forme di lavoro schiavista e senza rispetto di alcuna regola sono forme di concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori italiani che, invece, sono letteralmente tartassati da una quantità di norme e regole, molto spesso eccessive, che finiscono per rendere la loro produzione non competitiva, non solo nei confronti dei cinesi, ma, molto spesso, anche degli altri paesi europei.

In ultimo, questi modi di lavorare definibili, per semplicità, “cinesi”, rappresentano una fonte di pericolo concreto per il nostro ambiente, visto che molte delle regole vigenti in Italia hanno la funzione di salvaguardare il nostro ecosistema.

Che fare quindi, dando per scontato che stracciarsi le vesti solo quando “ci scappa il morto” non sia una soluzione?

Sicuramente, più controlli e pene certe.

Ma oltre a questo, credo che vada rivista anche la normativa sul lavoro in Italia, in modo da dare alleggerirne il costo, che oramai, ha raggiunto livelli tali da rendere le assunzioni regolari talmente onerose da spingere sempre più imprenditori ad accettare il rischio della assunzione del rischio del lavoro nero, o, meglio ancora, della esternalizzazione verso il sistema cinese (cinese puro o cinese/italiano che sia).