Partecipazione

Blog di Antonio Stancanelli

Archive for the 'Giustizia' Category

08 febbraio
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La negoziazione assistita: un’occasione che gli avvocati devono cogliere

imageQuesto lunedì entra in vigore il C.d. Decreto Giustizia (D.L. n. 132/2014) che ha introdotto in Italia l’istituto della “negoziazione assistita”.

In buona sostanza, si tratta di un tentativo di conciliazione stragiudiziale svolto fra le parti, con l’assistenza, appunto, dei loro avvocati.

La negoziazione è obbligatoria per le richieste di risarcimento danni da circolazione di veicoli e natanti e per le domande di pagamento inferiori a 50.000 €.

L’intento è chiaramente quello “deflattivo”. Si spera cioè di ridurre l’accesso alla giustizia, senza porsi in contrasto con il diritto alla difesa sancito in Costituzione.

Io credo, però, che gli avvocati dovrebbero cogliere l’opportunità della norma per estendere al massimo l’operatività dell’istituto, utilizzandolo anche quando sia facoltativo, recuperando così la dignità e la credibilità della nostra professione.

La negoziazione, che molti di noi adottano nei fatti, da sempre come stile di lavoro, può essere, infatti, lo strumento attraverso il quale innalzare la qualità del servizio dato al cliente, mostrandogli, con i fatti e non solo con le parole, che l’obiettivo che si persegue come primario è effettivamente l’interesse sostanziale del cliente e non una forzata litigiosità giudiziale “ad notulam”.

Rimbocchiamoci quindi le maniche: adesso tocca a noi mostare che, così facendo, svolgiamo un ruolo essenziale per la società, che rappresentiamo per i clienti uno strumento di comprensione del complesso mondo del diritto, grazie al quale, perché no, possono rendersi conto che quella causa che volevano intentare o cui volevano resistere quando sono entrati nel nostro studio, a ben vedere porterà più svantaggi che benefici e che invece un accordo stragiudiziale può servire meglio allo scopo.

09 aprile
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Se si parla di riforme, sappiatelo: così non si può andare più avanti

Oggi ho ricevuto la notifica di questo atto.

anticipazione

Mi pare che rappresenti la fotografia migliore dello stato pietoso in cui versa la giustizia in Italia e dello stato di disperazione degli utenti-sudditi.

Se vogliamo parlare di riforme, sicuramente quella della Giustizia sta in prima posizione, perché uno Stato in queste condizioni non ha diritto di chiamarsi civile.

P.S.: per completezza dell’informazione, sappiate che l’anticipazione è stata data: 7 aprile 2015. Sappiate anche che, in base all’art. 2 della L. n. 89 del 2001 (c.d. Legge Pinto) Si considera rispettoso del diritto a una durata ragionevole di un processo, stabilito dall’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – oltre il quale scatta il diritto ad una equa riparazione – un processo che non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado.

Bene. In questo caso, nonostante l’anticipazione di udienza, questa si terrà oltre tre anni dal suo avvio!

31 marzo
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Perché l’efficienza della Giustizia non è una priorità?

Oggi, viaggio a vuoto a Firenze-Siena, in quel percorso di guerra che è l’Agiustizia_lumacautopalio, perché lo spostamento di udienza, disposto il 20 marzo, non mi era stato comunicato, visto che, nell’era di internet, consolle digitali, pec, mail, fax e telefono, la Cancelliera si limita a fare le comunicazioni prendendo i fascicoli che trova nell’armadio – “perché il computer spesso mi si blocca” – e il mio era fuori posto.

Vi tralascio le giustificazioni addotte dalla Cancelliera, perché sennò mi ci incazzo di nuovo.

A chi in questi giorni si sta occupando di fare ripartire il Paese, chiedo: dove vogliamo andare?

Sbaglio, o non ho sentito nessuno tuonare contro l’inefficienza della macchina della Giustizia, a parte mere affermazione di principio, condite con boutade sull’abolizione del Giudice amministrativo, colpevole di non lasciare liberi i Sindaci di lavorare, o peggio, semplici generalizzazione da Bar ?

Il fatto che nella classifica sull’efficienza della Giustizia siamo sempre gli ultimi, non è visto come un problema?

O, piuttosto, come ho scritto mille volte - tipo qui - chi tocca muore?!

Giusto per ricordare di cosa stiamo parlando: Firenze (no Burundi – senza offesa per gli abitanti di quel paese – o qualsiasi paesello della circumvesuviana – idem come sopra), attuale prima udienza della Corte d’appello: 2025/2026, cioè fra 11/12 anni, Tribunale, con rinvii di 1/2 anni, salvo, ovviamente i Giudici più efficienti e volenterosi che, guarda caso, riescono a tenere tempi più umani, senza alcun compromesso sulla qualità delle sentenze.

E tutto questo, con costi per l’accesso alla Giustizia esorbitanti.

Con questi presupposti, perché un imprenditore sano di mente dovrebbe investire in Italia? Perché una persona dovrebbe affittare casa, sapendo che il diritto al pagamento del canone e a vedersi restituire la casa, magari anche non a pezzi, non è garantito?

Quanti di voi, volendo fare una causa per un torto subito hanno preferito desistere, magari accettando accordi capestro, per i tempi lunghi e la scarsa fiducia nell’operato dei Tribunali?

Detto questo, continuiamo a occuparci delle riforme sui massimi sistemi del mondo, piuttosto che far funzionare i servizi di base.

30 marzo
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Ridicolo e due volte offensivo!

Ridicolo tentativo di giustificazione, offensivo per le vittime e per la sovranità dello Stato italiano. A casa mia, un simile comportamento si chiama omertà!

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28 marzo
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Lame rotanti!

jeeg-robot 1Per quelli della mia generazione, Jeeg robot d’acciaio è stato un mito, e ancor più lo sono state le sue “lame rotanti”.

Nella mia infanzia ho passato giornate intere a lanciarne di immaginarie, giocando con i miei amici, sognandomi invincibile.

Con queste premesse è facile per voi immaginare la delusione con cui ho ricevuto pochi minuti fa il provvedimento del Tribunale di Lucca che trovate sotto, con cui annunciano un generale rinvio “a data da destinarsi” (che è un modo più signorile per dire aquandosonasegaio) di tutta una serie di udienze a causa dell’installazione di “ARMADI ROTANTI”.

Una vera nemesi, messa in campo dalla stessa dea!

Comprendete che, a questo, punto, ben altri oggetti hanno iniziato a “rotare”.

:-(

lamelame2

25 febbraio
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La giustizia amministrativa (parlandone seriamente)

Riporto la sintesi dell’intervento del Presidente della neonata Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti, Umberto Fantigrossi a una Tavola Rotonda di ieri a Firenze, mentre giungeva l’eco della furia iconoclastica del nuovo governo.

«La nascita dell’unione nazionale degli avvocati specialisti in diritto amministrativo coincide con un momento particolare del dibattito politico ed istituzionale nel nostro paese nell’ambito del quale si sono recentemente registrati reiterati attacchi alla giustizia amministrativa. In nome della semplificazione si invoca da più parti la stessa abolizione di istituti fondamentali del nostro processo, come la tutela cautelare, e si arriva ad auspicare il forte ridimensionamento delle competenze dei TAR e del Consiglio di Stato. A ben guardare questo fuoco incrociato viene da due diverse angolazioni. Acuendo ancora lo sguardo non è difficile capire che c’è anche un forse inconsapevole “fuoco amico”. Quanto alla prima delle due angolazioni, quella da cui arrivano le cannonate più forti, si tratta della storica avversione di chi detiene il potere o di chi lo sta conquistando per ogni forma di controllo o peggio di annullamento delle proprie decisioni. Il “sovrano” anche dopo due secoli di vita dello Stato di diritto vorrebbe tornare ad essere legibus solutus e come tale allo stesso modo sottratto al sindacato giurisdizionale. Non credo infatti a che il vero obiettivo di questo attacco sia il passaggio di questo tipo di contenzioso al giudice ordinario – passaggio che non farebbe che aggravare le pessime condizioni della giustizia civile – ma piuttosto sottrarre ancor più ambiti dell’azione amministrativa al controllo dei giudice. Al riguardo non c’è molto da dire se non auspicare che siano i cittadini-elettori a esercitare meglio il proprio potere di scelta degli eletti orientando il proprio voto su coloro che almeno nelle intenzioni risultino più affidabili quanto a rispetto dei principi della costituzione e dell’Unione europea. Quanto al secondo fronte, si tratta del mondo della comunicazione. Qui dobbiamo registrare una scarsissima conoscenza della realtà della giustizia amministrativa che obiettivamente non gode di “buona stampa”. Su questo fronte l’Unione dovrà mettere in cantiere efficaci interventi, anche formativi, perché non si leggano più, anche su quotidiani a diffusione nazionale, madornali strafalcioni sulla realtà del processo amministrativo, sulle sue funzioni e sui limiti del relativo sindacato. Il terzo fronte, quello più delicato, e’ quello interno, rappresentato da una tendenza, ancora molto forte, a difendere il sistema così come si è consolidato e a non voler cogliere le imprescindibili esigenze di cambiamento. Penso in particolare ai temi dell’accessibilità alla giustizia, anche sotto il profilo economico, dell’eccessivo accentramento territoriale delle competenze, dell’ancora embrionale informatizzazione. Sono queste le sfide sulle quali gli avvocati si offrono per un confronto ed una positiva collaborazione con la magistratura amministrativa, consapevoli che solo uscendo da una logica di parte e mettendosi dalla parte del sistema si possono determinare riforme davvero incisive come quello di cui il paese ha bisogno estremo.»

 

06 febbraio
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Caro Serra ti scrivo (così mi sfogo un po’)

Ho aspettato, fiducioso.

Speravo almeno in una smentita da parte dell’ennesimo “incompreso”.

Confidavo che almeno l’amico (e finanziato) ne prendesse le distanze.

Fino all’ultimo ho sperato che almeno l’Associazione Nazionale Forense restituisse al mittente la dichiarazione e ne spiegasse il motivo.

Invece niente, le allucinanti dichiarazioni di Serra hanno trovato una secca risposta solo dall’ordine di Firenze, sia pur rimbalzata sul sito dell’Associazione Nazionale.

Per il resto, silenzio. Soprattutto un imbarazzante silenzio da parte di un Renzi, che delle dichiarazioni di Serra ha fatto  il suo cavallo di battaglia.

Eppure qualcuno gliele avrà fatte leggere. Non era difficile trovarle, visto che erano a pagina 3 dell’edizione nazionale de La Repubblica!

Allora, permettetemi almeno qualche precisazione, a sostegno della categoria e a beneficio di chi, vivendo le cose dall’esterno, potrebbe essere portato a dar fiducia a dichiarazioni così populiste.

Innanzitutto, usciamo subito da questa odiosa metafora: chi ha avuto un parente, un amico o solo un conoscente malato di cancro sa quanto sia spietata e straziante questa malattia e quanto dolore infligga. Per cui, trovo un profondo fastidio per chi usa il termine in senso metaforico, specie se riferito ad altre persone.

Secondo Serra la causa di tutti i mali sono gli avvocati, che sono troppi. Per come riportato nell’articolo, il ragionamento semplicistico è il seguente: le leggi sul lavoro sono troppe, non ci capisce niente nessuno, solo gli avvocati ci capiscono, ma anche gli avvocati sono troppi, per cui le cose non funzionano perché, per farli lavorare tutti, il sistema va in tilt.

E’ troppo facile obiettare.

1) A quanto mi risulta, se vogliamo parlare del mondo del lavoro, il ruolo fondamentale lo hanno i sindacati e i magistrati, gli unici che hanno il potere, prima, con la contrattazione, e dopo, con i loro provvedimenti, di incidere sui contratti di lavoro. Nel gioco delle parti, la funzione degli avvocati è solo quella di aiutare le persone a tutelare i propri diritti, assistendole in un processo davanti a un giudice terzo, ma non hanno alcun poter decisionale;

2) il problema è esattamente l’opposto: da tempo, non riuscendo a far funzionare la macchina della Giustizia, in Italia si sta cercando di impedirne l’accesso, introducendo tutta una serie di ostacoli procedurali, ma, soprattutto economici – ancor più odiosi, perché discriminanti in base al reddito – con un chiaro (ma mai dichiarato) intento deflattivo. Sappiate che se vi espropriano un terreno, per fare ricorso (e per impugnare ogni provvedimento successivo dello stesso procedimento) indipendentemente dal valore della causa, dovete pagare allo Stato un contributo di 1.800 €. Per gli appalti, si parla di 2.000/4.000 e 6.000 €, e il primo scaglione riguarda le cause di valore inferiore a 200.000 €, il secondo quelle fine a un milione. E se gli scaglioni vi sembrano alti, sappiate che vanno calcolati non sul potenziale utile dell’appalto, ma sul valore dei lavori o dei servizi messi a gara.

Se non vi basta, tenete conto che, per l’appello, i contributi sono aumentati della metà.

La marca per l’iscrizione a ruolo nei giudizi civili è passata, in un colpo solo, da 8 a 27 €, con un aumento superiore al 300 %.

Ora sappiate anche che, di fronte alle proteste, il Ministro della Giustizia francese ha eliminato un sistema simile per cui, per il primo grado si pagava 35 € e 135 € per l’appello.

Queste le motivazioni dichiarate alla stampa:«L’instaurazione, ad opera del precedente Governo, del contributo per l’aiuto giurisdizionale di 35 euro, esigibile per ogni domanda giudiziaria, al fine di finanziare l’aiuto giurisdizionale, ha avuto, quale propria conseguenza, quella di penalizzare le posizioni più vulnerabili di chi chiede giustizia.

Rendendo oneroso l’accesso al giudice, questa imposta di 35 euro ha comportato una incontestabile diminuzione dell’accesso alla giustizia da parte dei soggetti caduti sotto la soglia della povertà, nonostante i casi d’esenzione a cui era ispirata la contribuzione per l’aiuto giudiziario.

Il contenzioso in materia di lavoro, famiglia, locazione e il contenzioso amministrativo sono stati particolarmente colpiti.

Il Guardasigilli intende ristabilire il legame tra chi chiede giustizia e l’istituzione giudiziaria, onde favorire una giustizia «di prossimità» accessibile al più grande numero di cittadini, nell’insieme complessivo del sistema giurisdizionale».

Che differenza!

3) in ultimo, per sfatare il mito del “causa che pende, causa che rende”, secondo cui i processi durano tanto a causa degli avvocati, che così possono continuare a chiedere soldi ai clienti, sappiate che a Firenze vi conviene vincere in primo grado – e sto parlando adesso della giustizia civile -, perché se dovete fare appello e lo depositate oggi, fino al 2024/2025 (non ho scritto male, fa più di dieci anni) non sarà preso in considerazione!! Troppi arretrati. E la crescita è esponenziale, perché la Corte, ogni anno, accumula un arretrato di 1/3 delle cause che entrano.

In conclusione: caro Serra, se vogliamo parlare del problema della giustizia in Italia, sono il primo, ma non accetto la morale sulla mia professione – tanto meno di essere paragonato a una malattia odiosa – se basata solo su argomentazioni così qualunquiste. E questo, specie se sollevate da un operatore della finanza internazionale, che mi sembra che abbia tutto da guadagnare, di questi tempi, a non sollevare temi morali o di utilità sociale.

13 gennaio
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Separazione dei poteri: come tutto ebbe inizio

craxi-hotel-raphaelAndando alla ricerca dell’origine dell’attuale presa di campo della magistratura rispetto ai poteri esecutivo e legislativo, sono giunto alla convinzione che, se non l’inizio, certamente, l’inizio della fine è rappresentato dalla riforma dell’art. 68 della Costituzione, disposta dalla L. 3 del 29 ottobre 1993.

Come molti ricorderanno, a questa riforma si era giunti dopo aver montato l’opinione pubblica – operazione culminata con lo storico lancio di monetine del 30 aprile 1993 - facendole credere che l’unico modo per moralizzare la politica fosse quello di intervenire a gamba tesa sulla delicata architettura di pesi e contrappesi della Costituzione, privando uno dei tre poteri di parte delle proprie prerogative a garanzia della sua indipendenza rispetto al potere giudiziario, rappresentato dall’istituto della c.d. autorizzazione a procedere.

Se la politica non era in grado di moralizzarsi da sola, allora bisognava lasciare campo libero al “potere supplente”, rappresentato dalla magistratura.

Sugli altari di una finta pulizia delle mani fu così immolata la libertà e autonomia del potere legislativo eliminando l’obbligo della magistratura di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza prima di procedere a sottoporre a indagine membri del Parlamento.

I magistrati, così, indipendenti e inattaccabili, perché sottoposti – giustamente – al solo organo di autogoverno del CSM, sono stati messi nelle condizioni di indagare liberamente titolari di altro potere, teoricamente separato, senza alcun controllo iniziale.

Le successive cronache, fino ai nostri giorni credo rappresentino la migliore dimostrazione della follia di un simile sistema: per i vent’anni successivi l’Italia, anziché preoccuparsi di varare le riforme di cui avrebbe e ha ancora oggi drammaticamente bisogno, è rimasta inchiodata sullo scontro fra B. e la Procura di Milano, che, nei fatti, non si è occupata d’altro.

Con questo, lungi da me difendere o accusare l’operato dell’uno o dell’altro. Credo conveniate, però, con me che questo sistema non ha certo giovato al paese.

Anche perché i supplenti, nel corso del tempo hanno voluto diventare titolari, sia saltando la barricata (da Di Pietro in poi), sia rifiutando qualsiasi forma di controllo sul loro operato (v. alla voce, separazione di carriere e intercettazioni).

10 gennaio
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Separazione dei poteri e quella follia del “ruolo di supplenza” della magistratura

f1.highresToute Société dans laquelle la garantie des Droits n’est pas assurée, ni la séparation des Pouvoirs déterminée, n’a point de Constitution.” (Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione - fonte)

Così recita l’articolo XVI della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen.

Eravamo nel 1789.

Oggi, nel 2013, procedendo come gamberi, con la colpevole complicità della sinistra più bieca, dimentichi di questo fondamentale principio c.d. della “separazione dei poteri”, siamo riusciti a creare un sistema per cui esiste un solo potere, quello giudiziario – e, in particolar modo, quello inquirente – totalmente privo di controllo, che pretende di esercitare anche quello politico e quello esecutivo (oggi diremmo meglio, “amministrativo”).

Se vogliamo tornare a essere un paese normale, credibile e in cui vale la pena vivere e investire, lo dobbiamo dire a gran voce, senza (si spera) solo per questo poter essere più accusati di essere Berlusconiani.

Nei prossimi giorni, se avete voglia di seguirmi, cercherò di ricostruire come ci siamo arrivati e, nei limiti del possibile – senza, cioè, rischiare querele o violare segreti professionali – dare prova di questa denuncia.

12 settembre
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E QUESTI CHI LI TOCCA?

Si parla di riforme nel nostro paese, come non se ne era mai parlato prima.

E questo è comunque un bene.

Se ne sentono tante.

Io sto tenendo d’occhio quelli di fermare il declino (a destra trovate il link), nati da un’idea di Oscar Giannino, anche se non ho molto apprezzato l’avvicinamento a Italia Futura.

Se si vuole parlare di riforme, bisogna però cominciare a mettere mano anche a questa situazione, denunciata da Edoardo Mori, uno “schifato” ex giudice. Situazione che, credetemi, vista da qua, è veramente vergognosa.

21 dicembre
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Lo stato della giustizia: un esempio

Preso dagli eventi contingenti ho abbandonato temporaneamente il tema “giustizia”.

Approfitterò di queste vacanze per mettermi in pari.

Nel frattempo, approfitto dell’amico Massimo, per sottoporvi un fulgido esempio dello stato pietoso in cui ci troviamo.

Abbiate la pazienza di leggerlo tutto. Non vi deluderà. (Uscirà su contratto e impresa 1/2012).

Sicuramente su questo dovrà essere messo mano, se si vuole che il paese riparta.

MASSIMO ARAGIUSTO

Il datore di lavoro, il lavoratore, i giudici ed il meteorologo

Tragiche storie vere di fantadiritto

Questa è la storia di un povero datore di lavoro che non sapeva quale attività lavorativa far svolgere ad un proprio dipendente e che, per non sbagliare, si rivolse al Giudice.

Un giorno un lavoratore, il quale era addetto alla guida di autobotti che trasportavano sostanze chimiche pericolose, durante la fase di scarico venne investito dalla fuoriuscita di un acido caustico che determinò gravi ustioni sul suo corpo.

Dopo la lunga assenza necessaria per la guarigione, il dipendente C. rientrò in azienda. Prima di essere riammesso al lavoro, fu sottoposto alla obbligatoria visita di idoneità, all’esito della quale fu giudicato “idoneo parzialmente”.

Il lavoratore – sentenziò il medico – non avrebbe più potuto svolgere mansioni che avrebbero comportato “1- l’utilizzo di indumenti protettivi di classe terza; 2- il contatto con sostanze caustiche od irritanti per la pelle in genere; 3- il riscaldamento dei tessuti cutanei ed un’eccessiva sudorazione, sia per irradiazione solare che per attività fisica intensa”.

Preso atto di ciò il datore di lavoro, non volendo procedere al licenziamento del dipendente e non potendo adibirlo alle mansioni di autista addetto al carico e scarico di sostanze chimiche pericolose, gli assegnò mansioni esecutive all’interno degli uffici.

Il lavoratore però, tutt’altro che soddisfatto ed affatto grato al datore di lavoro – benché le nuove mansioni fossero oggettivamente meno onerose di quelle precedentemente svolte, e nonostante l’orario di lavoro, l’inquadramento ed il trattamento retributivo fossero rimasti invariati – definendo “mansioni all’occorrenza, non rispondenti alla sua professionalità” le nuove attività affidategli, presentò avanti al Tribunale un ricorso col quale ne sosteneva l’illegittimità e la conseguente dannosità per la di lui professionalità, chiedendo la condanna della Società ad un consistente risarcimento dei danni asseritamente subiti e subendi.

A suffragio delle proprie doglianze il lavoratore-ricorrente dichiarava che, a seguito ed a causa dell’infortunio sul lavoro rimaneva “giorni e giorni in casa con le finestre chiuse” non avendo “interesse per la vita che lo circonda”, rimanendo seduto “sul divano in silenzio per molte ore senza accorgersi di cosa gli accade intorno”, non rispondendo “al campanello di casa ovvero al suono del telefono”, ed avendo “episodi di balletto continuo della gamba”, “una vita completamente falsata”, trovandosi in una situazione di “sofferenza e desiderio di isolamento” tali da renderlo “molto irascibile ed intrattabile”.

Il ricorrente dichiarava altresì di essere “nell’arco della giornata soggetto a continui cambiamenti di umore”, di passare “nottate agitate”, di alzarsi “spesso” e di “girare per casa per mancanza d’aria”. Aggiungeva infine di avere “carenza d’aria nei locali pubblici” e di ammalarsi spesso e facilmente, essendo state “le proprie difese immunitarie compromesse”, e sentendosi colpevole di portare “virus e batteri anche all’interno della famiglia”.

A suffragio di quanto sopra allegava relazioni medico legali che attestavano le suddette patologie fisiche e psichiche.

Sbigottito, oltre che sorpreso da una sì tale iniziativa giudiziaria, il datore di lavoro, non sapendo più come impiegare il proprio dipendente, non volendo cagionare danni alla sua integrità psico-fisica, né tantomeno essere anche solo astrattamente ritenuto responsabile di danni che lo stesso, magari nel compimento di atto estremo, avrebbe potuto cagionare a terzi, si rivolgeva al medesimo Tribunale, depositando in data 22 dicembre 2009 un ricorso d’urgenza con il quale formulava al Giudice le seguenti domande e conclusioni:

in tesi

- accertare e dichiarare in via sommaria l’inidoneità fisica del C. allo svolgimento delle mansioni cui risulta contrattualmente adibito, così come di mansioni equivalenti;

- accertare e dichiarare in via sommaria il rifiuto da parte del C. dello svolgimento di mansioni diverse ed anche non inferiori;

- dichiarare la risoluzione del contratto di lavoro in corso tra T. e C. per impossibilità sopravvenuta;

in ipotesi

- adottare tutti i provvedimenti cautelari di rito opportuni, indicando le mansioni cui il C. debba essere adibito, nel rispetto del principio di tutela della salute del lavoratore, della professionalità dello stesso, oltre che del principio di libertà di iniziativa economica del datore di lavoro”.

All’udienza di discussione il lavoratore si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto delle domande datoriali e, all’esito della discussione, il Giudice di prima fase respingeva il ricorso presentato dall’impresa, dichiarandolo inammissibile e comunque infondato.

L’Azienda proponeva quindi reclamo.

Il Collegio Giudicante, una volta costituitosi il contraddittorio, anche su istanza della parte reclamante, disponeva consulenza medico legale con i seguenti quesiti:

1) “accerti il CTU natura entità e durata delle lesioni patite dal ricorrente nell’infortunio di cui è causa, quantificando l’incidenza sull’integrità psicofisica dello stesso sia in termini di temporanea che permanente

2) “accerti il CTU previa visita del lavoratore e previa consultazione della documentazione medica agli atti, ivi compresa la certificazione prodotta in data odierna dalla parte reclamata datata 25.2.2011 e proveniente dal medico aziendale, quali siano le condizioni psichiche del predetto lavoratore e stabilisca la loro eventuale incidenza sulla idoneità dello stesso a svolgere le mansioni contrattualmente previste”.

Il Tribunale, preso atto delle argomentazioni e conclusioni delle parti, acquisita la consulenza medico legale, all’esito della discussione ed in scioglimento della assunta riserva in decisione della causa, il dì 11 ottobre 2011 (e quindi a circa due anni di distanza dall’inizio della procedura d’urgenza!), così in Nome del Popolo Italiano statuì:

letti e applicati gli art. 669-bise segg. c.p.c., in accoglimento del reclamo revoca l’ordinanza del 29.4.2010 emessa dal Tribunale, in composizione monocratica e quale Giudice del Lavoro di primo grado, e, in accoglimento della domanda proposta in via subordinata dalla società datrice nel ricorso ex art. 700 c.p.c.,

1) ordina a T. di adibire C. alle proprie mansioni contrattuali di autista e mulettista previa immediata adozione da parte della stessa società datrice di tutte le misure di prevenzione tecniche e organizzative di seguito elencate:

1-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°il lavoratore deve utilizzare per l’esecuzione della prestazione lavorativa solo gli automezzi e i carrelli elevatori dotati di impianto di aria condizionata;

2-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°il lavoratore deve essere adibito al carico/scarico di autobotti dei soli prodotti che non richiedono l’utilizzo dei DPI di 3° categoria;

3-a) nelle giornate con temperatura superiore a 25°, al lavoratore deveessere assicurato un numero di pause, della durata di circa 5 minuti ogni ora, adeguato alla temperatura, al grado di umidità ed al carico di lavoro;

4-a) nei luoghi di carico/scaricoesterni all’azienda devono essere creati, mediante l’installazione di adeguate ombrellature o tettoie fisse, idonei punti d’ombra nei quali il lavoratore possa ripararsi dai raggi solari durante le fasi di presidio del carico/scarico autobotti;

5-a) per quanto concerne le mansioni di scarico, nelle giornate estive, quand’anche la temperatura non sia superiore a 25°, in assenza di idonei punti d’ombra nei luoghi di scarico, il lavoratore deve essere adibito allo scarico di autobotti dei soli prodotti che non richiedono l’utilizzo dei DPI di 3° categoria;

2) compensa integralmente fra le parti le spese di lite del procedimento ex art. 700 c.p.c., e della presente fase di reclamo;

3) pone definitivamente a carico di entrambe le parti, in solido tra loro, le spese delle CTU effettuate, già liquidate con separato decreto”.

Lo sconcerto fu totale!

Ed infatti come avrebbe potuto l’imprenditore imporre ai propri clienti di allestire nei piazzali “tettoie ed ombrellature” al fine di consentire al lavoratore C. di ripararsi dal sole?

E come avrebbe potuto il datore di lavoro garantire al dipendente un non meglio specificato adeguato “carico di lavoro” garantendogli altresì “un riposo di 5 minuti ogni ora”, laddove il lavoratore avrebbe dovuto prestare la propria attività lavorativa prevalentemente al di fuori dei locali aziendali spostandosi su strade urbane, extraurbane ed autostrade?

Ed ancora.

Come avrebbe potuto il datore di lavoro utilizzare il lavoratore quando, per qualsiasi motivo e contingenza, le uniche sostanze da trasportare fossero state solo e soltanto quelle sostanze chimiche pericolose – e sono l’assoluta maggior parte – che impongono l’utilizzo della tuta DPI di terza categoria vietata dal medico al lavoratore C.?

Ma soprattutto.

Come avrebbe potuto il povero datore di lavoro sapere se nell’arco dell’intera giornata lavorativa la temperatura si sarebbe spinta oltre i 25°; e come avrebbe potuto lo stesso sapere se i 25° sarebbero stati superati nelle diverse località ove l’autista avrebbe dovuto recarsi?

Come l’imprenditore avrebbe potuto stabilire il programma settimanale di consegne, rispettando il dictum dei giudici di tener conto del non meglio specificato grado di umidità”?

Forse rivolgendosi ad un meteorologo?

La domanda sorge spontanea: come può essere stato possibile che un sì tale provvedimento sia stato emesso, laddove l’art. 41 della nostra Carta costituzionale dispone che “L’iniziativa economica privata è libera”, e la Suprema Corte, ex plurimis, ha statuito che “In relazione al licenziamento motivato da inidoneità fisica sopravvenuta ed all’onere datoriale di assegnare al prestatore mansioni equivalenti compatibili con le mutate condizioni fisiche, non è configurabile un obbligo dell’imprenditore di adottare nuove tecnologie, non in dotazione dell’azienda, in grado di eliminare gravosi sforzi fisici nell’esecuzione della prestazione; infatti, anche con riguardo ad interessi costituzionalmente rilevanti (diritto al lavoro, alla salute), la tutela di singoli lavoratori non può spingersi fino a determinate scelte organizzative preordinate al perseguimento di finalità assistenziali, eventualmente incidenti sulla posizione di altri dipendenti ed imposte all’impresa senza il supporto di una disposizione di legge, ai sensi dell’art. 23 Cost., come avviene, invece, con la tutela apprestata dalla l. n. 482 del 1968.” (Cass., 5 agosto 2000, n. 10339)?

Ma se questa è l’italica giustizia, insuperabile per qualità e celerità (sic!), è forse vero che l’Italia, che in passato è stata la culla del diritto, ne è diventata la tomba: ai posteri l’ardua – ci si augura migliore – sentenza!

 

 

26 novembre
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Lo stato della giustizia: basterebbe poco (i dati di fatto)

A mio giudizio, il problema principale, quello che tocca da vicino la maggior parte dei cittadini e degli operatori è rappresentato dalla lentezza dei processi civili.

La ragione è evidente. Se i processi sono lunghi, l’accesso alla giustizia tende a funzionare all’incontrario: ti rivolgi al giudice solo se hai torto, per guadagnare tempo. Se hai ragione, sei costretto a trovare un accordo, secondo il noto principio, parlando di soldi, dei “pochi maledetti e subito”.

Quando si parla di crisi, penso sempre che la vera cassaforte d’Italia (e ciò che frena di più lo sviluppo) è il processo civile.

Guardate questi dati impressionanti (li ha citati il Presidente della Corte di Cassazione l’anno scorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario): nonostante la crisi economica globale dell’ultimo anno “tutte le nazioni europee hanno registrato lievi progressi mentre in Italia occorrono ancora 1.210 giorni per recuperare un credito”.  In Francia di giorni ne bastano 331, in Germania 394, nel Regno Unito 399, in Belgio 505, in Spagna 515 (media Ocse: 462 giorni).

Siamo al 156° posto, quando tutti gli altri paesi europei sono entro il 50°. Siamo secondi anche al Gabon e all’Angola.

Quando sento queste cose, mi torna in mente la famosa “pizza di fango del Camerum” della Cinzia Leone

E’ evidente che in questa situazione è difficile fare impresa per gli italiani, ma, soprattutto, è ancora più difficile che investitori esteri vengano a spendere soldi da noi, sapendo che, per riaverli indietro, devono aspettare 4 anni: 4 anni, con l’attuale velocità delle transazioni commerciali, è un tempo biblico (segue)

25 novembre
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Lo stato della giustizia (un inciso)

Per chi ha lo stomaco forte, segnalo questo sito.

Così, giusto per aver presente in che mondo viviamo.

Mi piacerebbe sapere come mai CSM, Presidenti di Tribunali e i vari ordini non fanno pulizia.

Altrimenti, si finisce per dare ragione a chi dice, ad esempio, per quel che mi riguarda più direttamente, che gli ordini sono solo corporativi e vanno aboliti ;-)

(vomito!)

 

24 novembre
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Lo stato della giustizia: basterebbe poco (premessa)

Ho iniziato a scrivere questo post mentre stavo aspettando sulla panca di essere ricevuto da un Giudice del Tribunale di Firenze per un’udienza.
Non è il giudice con cui la causa è iniziata. Siamo già al terzo, e la causa è iniziata nel 2008. In realtà questo non è un vero giudice, è un “non togato”, un G.O.T, un giudice onorario, “prestato” alla giustizia, senza, cioè, che sia dipendente del Ministero, avendo fatto un concorso per occupare quel posto.

Come era presumibile, quindi, anche a questo giro, non è successo niente: abbiamo preferito fare un ennesimo rinvio nell’attesa che la causa sia assegnata a un nuovo giudice, visto che il “non giudice” presente in udienza non aveva piena cognizione della causa, “passava di lì” e così non aveva nemmeno interesse a occuparsi di qualcosa che avrebbero deciso altri, più avanti.
L’udienza era per le 10. Siamo entrati, però, alle le 10 e 45, perché, non so per quale motivo, il GOT era in ritardo sul calendario. Ma oramai siamo abituati anche a questo e soli 45 minuti di ritardo ci paiono niente

Con la collega della Provincia, così, tanto per cambiare, finiamo a parlare dei malfunzionamenti della giustizia (a noi ben noti, come addetti ai lavori).

Sempre per essere propositivi – a parlar male sono bravi tutti -, proviamo a pensare a qualche soluzione, ben coscienti di non essere né i primi, né gli l’ultimi e, probabilmente, i meno qualificati, che si occupano dell’argomento.

L’idea è quella di pensare ad una soluzione “a costi zero”, perché, come ormai pare ovvio a tutti, quattrini non ce ne sono più e senza bisogno di una ennesima riforma del codice.
Guardandomi intorno, vedo, infatti, realtà che, a parità di risorse, funzionano, o comunque, funzionano meglio di altre.

Nel nostro paese, infatti, stando ai dati statistici (al volo, sulla panca, ho trovato questi) ci sono Tribunali in cui un processo dura in media 358 giorni, e altri in cui, invece, si passa il migliaio. E non pare un problema legato solo alle differenze Nord-Sud, se Bologna è quasi a pari di Bari (1.046 gg, a fronte di 1.276, un’infinità!).

Secondo quell’articolo de La voce di quattro anni fa, scritto da autorevoli personaggi, a Torino si è riuscito a ridurre del 33% l’arretrato, semplicemente organizzandosi meglio.

Non credo, infatti, che la strada corretta sia quella fino ad oggi perseguita di creare (solo) sbarramenti all’accesso alla giustizia, specie quando lo sbarramento è rappresentato dal prezzo da pagare per adire il giudice. Non fosse altro perché un simile modo di procedere è fonte di disparità di trattamento, e rappresenti un’ingiustificata limitazione del diritto di difesa e, come tale, incostituzionale

Per coloro che non sono del mestiere segnalo che, grazie alle recenti modifiche legislative, per presentare un ricorso al TAR occorre sborsare allo stato un contributo unificato (che ha sostituito la vecchia carta bollata) fisso, indipendente cioè dal valore della controversia, che va da 600€, a 1.5000€ (per le espropriazioni), fino ai 4.000€ (per gli appalti). Non solo, questi importi vanno pagati ogni volta che viene cambiata la domanda, tipo, ad esempio, per impugnare tutti i provvedimenti successivi dello stesso procedimento.

Così, ad esempio, per un esproprio si può tranquillamente arrivare a pagare al solo Stato 6 /9.000 €, o, per un appalto, 8/12.000. E questo, ripeto, indipendentemente dal fatto che via abbiano espropriato solo un piccolo pezzetto di terra o mezza Toscana, o che abbiate fornito 12 pacchetti di fazzoletti di carta a una mensa scolastica, piuttosto che vogliate ottenere i lavori per la costruzione di un tronco autostradale.
Se questo non è incostituzionale…. (segue)