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Blog di Antonio Stancanelli

Archive for the 'Economia' Category

28 novembre
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Dove vanno a finire i nostri soldi: nei cambiamenti di idea. Continuiamo così, facciamoci del male!

Come sapete, mi occupo (indegnamente) di diritto amministrativo, in particolar modo di edilizia e urbanistica. Per questo, rispetto ad altri, a volte riesco ad avere una visione privilegiata sulla macchina amministrativa.

Nella mia esperienza, i maggiori sprechi della P.A. nella realizzazione delle opere pubbliche sono dovuti a 2 ragioni principali (l’una connessa all’altra): una progettazione frettolosa dell’opera e il cambiamento di intendimento.

Quanto al primo aspetto, è noto che in Italia i costi per la progettazione delle OO.PP. vengono attinti dallo stesso paniere della realizzazione delle stesse. Da questa circostanza è invalsa l’orrenda usanza di risparmiare sulla progettazione, pensando così di avere più soldi per la realizzazione dell’opera. È palese che si tratti di un errore, perché un’opera progettata male è un’opera che presenta molti rischi e incertezze in sede di esecuzione, con conseguente aggravio di costi per le varianti in corso d’opera che si devono introdurre. Vi faccio un esempio che conosco: la linea 1 della tramvia di Firenze (e stiamo parlando di una sola linea di tram in superficie su sede viaria presso che già esistente) ha subito una cosa come più di 100 (mi sembra 140) varianti in corso d’opera, introdotte (grazie a Dio) dall’ingegner Mantovani che ha preso in mano il progetto originario regalato da ferrovie, per farne una vera linea tramviaria. Tutto questo con un evidente levitazione dei prezzi.

Ma quello che in assoluto fa più danni è il “cambiamento di idea”. In Italia non basta aver pensato, studiato e ideato un’opera per essere certi che venga realizzata, perché si pretende di correggere continuamente il tiro in corso d’opera, a volte addirittura sino al punto di considerarla inutile nonostante che sia stata già avviata.

Questa stortura è, in parte figlia della prima, perché un’opera non sufficientemente progettata prima della sua realizzazione, impone un continuo aggiustamento della stessa in corso d’opera. In parte, è conseguente all’eccessiva durata, prima, dei tempi per la definizione del procedimento decisorio all’interno della P.A., poi, dei tempi di realizzazione dell’opera, che fanno sì che questa, molto spesso, nasca già “superata”.

Ma la vera ragione per cui si cambia idea è perché, in una corsa perversa all’inseguimento della volontà popolare – sempre più folle grazie all’avvento dei social, che, sostanzialmente, hanno fatto diventare “planetarie” le discussioni che un tempo erano “da bar” -, si finisce per ritenere non più giusto quello che è stato scelto sulla base di una precedente riflessione. Questo è in assoluto “il male dei mali” per le OO.PP, che porta a interventi sbagliati per definizione, perché “monchi” o, peggio ancora, “incompleti”.

Un esempio di questa categoria lo abbiamo sotto gli occhi a Firenze in questi giorni ed è rappresentato dalla stazione Foster per l’alta velocità. Pensata e voluta da tutti gli Enti competenti; nuovo hub per la mobilità fiorentina, su cui convoglieranno tutte le nuove linee della tranvia in corso di realizzazione; progettata, con conseguenti costi, da un grande architetto internazionale, che ha vinto il concorso. Bene, avviati i lavori con un gigantesco sventramento della città, oggi si viene a dire che non verrà più fatta, perché non serve, solo perché Ferrovie non la ritiene più conveniente. In questo articolo è meglio descritto tutto. Aggiungo solo che per realizzare la stazione è stata intercettata una falda acquifera e che quindi sono in funzione H/24 365 giorni all’anno delle pompe che hanno la funzione di portare l’acqua da una parte all’altra dell’opera, con costi, ambientali ed economici, evidentemente spropositati, giustificati solo dalla necessità di realizzare un importante nodo strutturale per la mobilità italiana e fiorentina qual era la stazione dell’alta velocità.

Il pensiero corre subito a Nanni Moretti e alla sua mitica “Sacher-torte”: “…continuiamo così, facciamoci del male

 

28 giugno
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UE: armonizzazione al ribasso!

imageÈ notizia di oggi che l’UE ha diffidato l’Italia a rimuovere l’ostacolo alla libera circolazione delle merci rappresentato da una legge del 1974 che vieta la detenzione e l’utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte “ricostruito” (??!!) nella fabbricazione dei prodotti lattiero caseari.

Sicuramente una mossa che non accresce la popolarità di un istituzione: che se le mangiassero loro quelle schifezze!!!

24 maggio
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21 maggio
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Pensioni

imageSinceramente mi pare che sulla questione delle pensioni non si stia affrontando il tema centrale e l’unico per cui, a mio avviso, avrebbe senso fare un distinguo.

Come è noto, esistono due tipi di pensioni: quelle retributive e quelle contributive. Le prime sono parametrate sugli ultimi stipendi percepiti, le altre sui contributi versati.

Dovendosi dare una “stretta” per ragioni contabili e di equità sociale e generazionale, mi parrebbe logico, piuttosto che tagliare indiscriminatamente sopra una certa soglia, mettere le mani sulle prime e non  sulle seconde, perché quest’ultime non sono altro che la “restituzione” di quanto versato dal lavoratore nel corso della sua vita lavorativa.

Le pensioni retributive, al contrario, sono state utilizzate in passato proprio per garantire pensioni altrimenti ingiustificate su base contributiva, ancorandole a stipendi (guarda caso) magicamente lievitati in prossimità della pensione.

Per queste ipotesi, la teoria dei “diritti quesiti” mi pare che potrebbe più facilmente essere mandata a farsi bendire, dovendosi più correttamente parlare di fine di un ingiustificato, e di questi tempi odioso, “privilegio”.

08 aprile
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spendi e spandi (without review)

Il prossimo che si sciacqua la bocca con la spending review gli do un pugno in faccia.

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06 febbraio
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Caro Serra ti scrivo (così mi sfogo un po’)

Ho aspettato, fiducioso.

Speravo almeno in una smentita da parte dell’ennesimo “incompreso”.

Confidavo che almeno l’amico (e finanziato) ne prendesse le distanze.

Fino all’ultimo ho sperato che almeno l’Associazione Nazionale Forense restituisse al mittente la dichiarazione e ne spiegasse il motivo.

Invece niente, le allucinanti dichiarazioni di Serra hanno trovato una secca risposta solo dall’ordine di Firenze, sia pur rimbalzata sul sito dell’Associazione Nazionale.

Per il resto, silenzio. Soprattutto un imbarazzante silenzio da parte di un Renzi, che delle dichiarazioni di Serra ha fatto  il suo cavallo di battaglia.

Eppure qualcuno gliele avrà fatte leggere. Non era difficile trovarle, visto che erano a pagina 3 dell’edizione nazionale de La Repubblica!

Allora, permettetemi almeno qualche precisazione, a sostegno della categoria e a beneficio di chi, vivendo le cose dall’esterno, potrebbe essere portato a dar fiducia a dichiarazioni così populiste.

Innanzitutto, usciamo subito da questa odiosa metafora: chi ha avuto un parente, un amico o solo un conoscente malato di cancro sa quanto sia spietata e straziante questa malattia e quanto dolore infligga. Per cui, trovo un profondo fastidio per chi usa il termine in senso metaforico, specie se riferito ad altre persone.

Secondo Serra la causa di tutti i mali sono gli avvocati, che sono troppi. Per come riportato nell’articolo, il ragionamento semplicistico è il seguente: le leggi sul lavoro sono troppe, non ci capisce niente nessuno, solo gli avvocati ci capiscono, ma anche gli avvocati sono troppi, per cui le cose non funzionano perché, per farli lavorare tutti, il sistema va in tilt.

E’ troppo facile obiettare.

1) A quanto mi risulta, se vogliamo parlare del mondo del lavoro, il ruolo fondamentale lo hanno i sindacati e i magistrati, gli unici che hanno il potere, prima, con la contrattazione, e dopo, con i loro provvedimenti, di incidere sui contratti di lavoro. Nel gioco delle parti, la funzione degli avvocati è solo quella di aiutare le persone a tutelare i propri diritti, assistendole in un processo davanti a un giudice terzo, ma non hanno alcun poter decisionale;

2) il problema è esattamente l’opposto: da tempo, non riuscendo a far funzionare la macchina della Giustizia, in Italia si sta cercando di impedirne l’accesso, introducendo tutta una serie di ostacoli procedurali, ma, soprattutto economici – ancor più odiosi, perché discriminanti in base al reddito – con un chiaro (ma mai dichiarato) intento deflattivo. Sappiate che se vi espropriano un terreno, per fare ricorso (e per impugnare ogni provvedimento successivo dello stesso procedimento) indipendentemente dal valore della causa, dovete pagare allo Stato un contributo di 1.800 €. Per gli appalti, si parla di 2.000/4.000 e 6.000 €, e il primo scaglione riguarda le cause di valore inferiore a 200.000 €, il secondo quelle fine a un milione. E se gli scaglioni vi sembrano alti, sappiate che vanno calcolati non sul potenziale utile dell’appalto, ma sul valore dei lavori o dei servizi messi a gara.

Se non vi basta, tenete conto che, per l’appello, i contributi sono aumentati della metà.

La marca per l’iscrizione a ruolo nei giudizi civili è passata, in un colpo solo, da 8 a 27 €, con un aumento superiore al 300 %.

Ora sappiate anche che, di fronte alle proteste, il Ministro della Giustizia francese ha eliminato un sistema simile per cui, per il primo grado si pagava 35 € e 135 € per l’appello.

Queste le motivazioni dichiarate alla stampa:«L’instaurazione, ad opera del precedente Governo, del contributo per l’aiuto giurisdizionale di 35 euro, esigibile per ogni domanda giudiziaria, al fine di finanziare l’aiuto giurisdizionale, ha avuto, quale propria conseguenza, quella di penalizzare le posizioni più vulnerabili di chi chiede giustizia.

Rendendo oneroso l’accesso al giudice, questa imposta di 35 euro ha comportato una incontestabile diminuzione dell’accesso alla giustizia da parte dei soggetti caduti sotto la soglia della povertà, nonostante i casi d’esenzione a cui era ispirata la contribuzione per l’aiuto giudiziario.

Il contenzioso in materia di lavoro, famiglia, locazione e il contenzioso amministrativo sono stati particolarmente colpiti.

Il Guardasigilli intende ristabilire il legame tra chi chiede giustizia e l’istituzione giudiziaria, onde favorire una giustizia «di prossimità» accessibile al più grande numero di cittadini, nell’insieme complessivo del sistema giurisdizionale».

Che differenza!

3) in ultimo, per sfatare il mito del “causa che pende, causa che rende”, secondo cui i processi durano tanto a causa degli avvocati, che così possono continuare a chiedere soldi ai clienti, sappiate che a Firenze vi conviene vincere in primo grado – e sto parlando adesso della giustizia civile -, perché se dovete fare appello e lo depositate oggi, fino al 2024/2025 (non ho scritto male, fa più di dieci anni) non sarà preso in considerazione!! Troppi arretrati. E la crescita è esponenziale, perché la Corte, ogni anno, accumula un arretrato di 1/3 delle cause che entrano.

In conclusione: caro Serra, se vogliamo parlare del problema della giustizia in Italia, sono il primo, ma non accetto la morale sulla mia professione – tanto meno di essere paragonato a una malattia odiosa – se basata solo su argomentazioni così qualunquiste. E questo, specie se sollevate da un operatore della finanza internazionale, che mi sembra che abbia tutto da guadagnare, di questi tempi, a non sollevare temi morali o di utilità sociale.

03 dicembre
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Made in China

Tarocco-Made-in-Italy-in-China-300x230Ricordo una divertente puntata di Ugly Betty (ebbene sì, ho visto anche quella serie), nella quale i protagonisti giocavano a “made in China”, un gioco inventato da loro in cui bisognava cercare attorno oggetti che non avessero l’etichetta “made in china”. Inutile dire che era praticamente impossibile riuscirci.

In effetti, se ci provate anche voi rimaneste stupiti. Il mac su cui sto scrivendo riporta la scritta “designed by Apple in California, assembled in China”, che è una forma più edulcorata e, probabilmente, “Stevejobbiana”, per dire “made in China”.

Altre volte, per confondere le acque, si legge “Made in P.R.C”.

Il concetto è sempre lo stesso: credo che il 95% delle merci e costruito in China e, se non lì, in altri paesi asiatici, tipo Vietnam o Cambogia.

La ragione è semplice: costruire laggiù costa 1/10, se non di più, di quanto costa costruire in altri paesi. Questo per la ragione, oramai nota ai più, di uno sfruttamento, poco dissimile dalla schiavitù, dei lavoratori e dalla totale assenza di ogni cautela ambientale.

Non fraintendetemi. Non voglio fare la solita pippa stile “boikotta” (maledette “K”!), anche perché sarei costretto a privarmi di una serie di oggetti che oramai fanno parte della mia vita quotidiana, essendo certo che la cosa non avrebbe alcuna influenza sulle sorti dei lavoratori cinesi e dell’ambiente.

I recenti fatti della cronaca Pratese hanno, però, nuovamente posto sotto gli occhi di tutti l’altro “segreto di Pulcinella” rappresentato dalle condizioni di lavoro delle comunità cinesi in italia.

Ora, credo che nei confronti di queste, invece, ci sia molto da fare.

Migliaia di lavoratori cinesi vivono in Italia in condizioni molto simili a quelle dei loro connazionali in patria, sfruttati per produzioni realizzate in luoghi di lavoro dove mancano le più basilari norme igieniche – altro che quelle sulla sicurezza del lavoro -, con turni massacranti, che impongono, ad esempio, di dormire sotto le macchine da cucire, molto spesso gratuitamente o con paghe pressoché simboliche, come forma di retribuzione nei confronti del padrone che è anche lo stesso che ha favorito l’ingresso clandestino nel nostro paese.

Con queste situazioni bisognerebbe essere inflessibili e per più di ragione.

La prima, fondamentale, è quella di non macchiarsi le mani tollerando tali crimini sul suolo italiano. Un conto è chiudere gli occhi su quello che succede in altri paesi, altro è far finta di non vedere cosa succede in Italia.

La seconda è che, come è ovvio, queste forme di lavoro schiavista e senza rispetto di alcuna regola sono forme di concorrenza sleale nei confronti degli imprenditori italiani che, invece, sono letteralmente tartassati da una quantità di norme e regole, molto spesso eccessive, che finiscono per rendere la loro produzione non competitiva, non solo nei confronti dei cinesi, ma, molto spesso, anche degli altri paesi europei.

In ultimo, questi modi di lavorare definibili, per semplicità, “cinesi”, rappresentano una fonte di pericolo concreto per il nostro ambiente, visto che molte delle regole vigenti in Italia hanno la funzione di salvaguardare il nostro ecosistema.

Che fare quindi, dando per scontato che stracciarsi le vesti solo quando “ci scappa il morto” non sia una soluzione?

Sicuramente, più controlli e pene certe.

Ma oltre a questo, credo che vada rivista anche la normativa sul lavoro in Italia, in modo da dare alleggerirne il costo, che oramai, ha raggiunto livelli tali da rendere le assunzioni regolari talmente onerose da spingere sempre più imprenditori ad accettare il rischio della assunzione del rischio del lavoro nero, o, meglio ancora, della esternalizzazione verso il sistema cinese (cinese puro o cinese/italiano che sia).

11 ottobre
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Firenze/Marchionne: un’altra lettura

Come avrete saputo, Marchionne ha attaccato Renzi e per farlo ha coinvolto anche Firenze.

La notizia è subito rimbalzata in rete, scatenando l’indignazione dei fiorentini che si sono sentiti in dovere di replicare rispondendo a tono.

Lasciando da parte per un momento il nostro Sindaco, vi sottopongo questa provocazione: siamo certi che Marchionne, nella sua ottica non abbia ragione?

Per tutto ciò che ha fatto fino a oggi, è chiaro che Marchionne ha un solo Dio: “il Mercato”. Dio che adora su scala internazionale – proprio come tutti i suoi adepti – per compiere le scelte che ritiene più convenienti per la sua azienda, senza preoccuparsi delle ricadute che queste avranno sul proprio paese.

E’ altrettanto chiaro che un simile comportamento si presta a una facile accusa di scarsa memoria – e, di conseguenza, di ingratitudine – perché apparentemente immemore degli sforzi che in passato questo paese ha fatto per “dopare” la sua stessa azienda, dandogli così la possibilità di muoversi in quello stesso mercato in una posizione di ingiustificato vantaggio.       

Ciò detto, siamo certi che guardando Firenze da un punto di vista strettamente economico non si debba giungere alle stesse conclusioni di Marchionne?

A che abita e vive Firenze chiedo: vi sentireste di dire, in tutta serenità, che OGGI Firenze non sia una “piccola e povera città”?

Non siamo forse, nell’era del merito e delle competizioni internazionali, una città talmente ingessata da familismi e corporativismi, al punto da scoraggiare gli investimenti internazionali nel settore produttivo?

Per me questa città e ferma almeno da un secolo, chiusa in se stessa, in un miope campanilismo e immobilismo della conservazione, che, di fatto, al massimo l’ha portata ad essere la “Gardaland” del mediterraneo, che vive sfruttando un turismo sempre più mordi e fuggi, che, alla fine dei salmi, fa più danni che benefici.

Prova ne è che anche tutti gli indignati in rete – non ultimo anche il nostro primo cittadino – per smentire le affermazioni di Marchionne hanno dovuto far ricorso ai fasti del passato. Come se di fronte a un offesa sulle proprie qualità personali fosse consentito rispondere facendo richiamo alla diversa levatura dei propri avi. Della serie: “io scemo? ma se i miei trisavoli – perché di quelli, a tutto concedere si parla – erano dei geni!”

Così, pensateci bene: in tutta coscienza, siete veramente in grado di riconoscere a questa città meriti che, al massimo, non siano attribuibili a personaggi vissuti nei primi del ’900, quando a Firenze si girava con il calesse e i viali di Poggi erano ancora una grande infrastruttura capace di portare la città al pari delle altre capitali europee?

Nel frattempo, il mondo è andato avanti, e noi?

Provate a farvi un giro per le grandi città europee e poi tornate a Firenze (molto spesso costretti ad atterrare a Pisa e non all’aeroporto di Topolinia) e ditemi se questa non è una “piccola povera città”, in cui manca una rete di trasporti degna di chiamarsi tale, per cui quando piove è paralisi; che è rimasta esclusa anche dai grandi circuiti internazionali della cultura, al punto che l’outlet The Mall ha più visitatori degli Uffizi (anche perché è solo 30 anni che stiamo cercando di realizzarne l’uscita sul retro); in cui non esiste più un sistema produttivo degno di chiamarsi tale.

Così, invece di strapparsi le vesti evocando Dante e compagnia bella, perché non pensiamo a rimboccarci le maniche e fare di questa città un posto in cui i nostri figli, se lo vorranno, potranno ancora vivere, senza doversi sentire cittadini del medioevo in un mondo che, invece, vive nel presente e guarda al futuro? 

27 agosto
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La salute vien mangiando

Di seguito riporto il testo di una mail che ho appena inviato a Piero Ostellino in relazione a un suo articolo sul Corriere di oggi, con cui criticava la preannunciata imposizione di una tassa sulle bevande dolcificate, perché mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in merito.

“Egregio dottore, ho appena letto il Suo articolo sulla tassa per le bevande dolcificate e mi permetto di dissentire dalla opinione in esso espressa.

Adottare volontariamente comportamenti insani sotto l’aspetto alimentare non può essere ritenuto un comportamento attinente alla sola sfera privata dell’individuo, su cui, quindi, lo Stato italiano non dovrebbe mettere bocca. In Italia, infatti, esiste un servizio sanitario che irroga in maniera pressoché gratuita prestazioni di assistenza, finanziando questa attività con fondi nazionali, derivanti da tasse generalmente imposte a tutti i cittadini.
Ben comprendo – e sono favorevole – lo spirito solidaristico sottostante, quando questo sia volto a  garantire assistenza rispetto a malattie non generate da comportamenti volontari, ma mi spiega per quale motivo non possa essere previsto un contributo specifico a carico di qui soggetti che abbiano adottato comportamenti che, notoriamente, presentano rischi rispetto a determinate patologie?
Penso a chi fuma le sigarette, a chi vive in stato di obesità non derivante da particolari patologie, a chi fa abuso di alcool e sostanze stupefacenti, oppure – perché no – a chi beve troppe bevande zuccherate.
Sia ben chiaro: non è mia intenzione condannare moralmente simili abitudini o pensare che lo Stato debba impedirle (io sono favorevole anche alla liberalizzazione delle droghe leggere).
Credo però che chi adotti volontariamente comportamenti di cui è nota la pericolosità per la salute debba accollarsi anche, in parte, gli oneri economici derivanti per la collettività.
Con stima”

14 dicembre
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Tutto torna


Tutto è stato già detto, tutto torna.

Basterebbe ricordare, e imparare dalla storia, per uscire da questo loop suicida.

Cerchiamo la via

(grazie Simo)

03 dicembre
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La manovra di Monti (e i mari che vorrei)

Leggo della possibile manovra di Monti e mi vengono spontanee due riflessioni.

1) Si parla di aumento delle aliquote irpef degli ultimi due scaglioni, se non anche dell’IVA, e mi chiedo: c’era bisogno di un superprofessore per aumentare le tasse?

Mi pare che il passaggio da Tre-Monti ad uno solo non abbia cambiato l’impostazione di fondo basata sulla richiesta di nuove tasse a chi già le paga, piuttosto che sul contrasto dell’evasione che, come è noto a tutti, in Italia ha una dimensione impressionante, come quella di un mare.

Capisco che sia più semplice andare a prendere nuove tasse a chi già si conosce, piuttosto che andare a cercare chi non esiste per il fisco o chi dichiara redditi da pezzente, pur girando in Porsche Cayenne e magari, per questo, godendo di agevolazioni (se no addirittura, esenzioni) sul costo dei servizi.

Speravo però che SuperMario avesse in mente qualcosa di meglio che aumentare semplicemente le tasse a chi già le paga in un sistema fiscale che ha la pressione sui redditi più forte di qualsiasi altro paese europeo, in proporzione ai servizi che offre in cambio.

Dove stanno le misure a sostegno dello sviluppo?

Temo che bisognerà aggiornare il detto: prima si diceva che l’Italia è una penisola bagnata da tre mari e prosciugata da “Tre-monti”, ora bisognerà iniziare a dire che è prosciugata da “qualsiasi-Monti” :-(

2) Sinceramente non comprendo- e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse – a cosa serva abolire le tariffe minime delle professioni, se non addirittura gli stessi ordini professionali.

Qualcuno spieghi al nostro nuovo premier – ma soprattutto a Bersani – che le tariffe minime rappresentano l’unico baluardo che ha chi si affaccia alla professione per avere un minimo di forza contrattuale, senza dovere rimanere costantemente sottocosto per poter lavorare. Mi pare, quindi, una misura che va a danno dei giovani.

Anche l’abolizione degli ordini mi pare inutile, se proposta per aumentare la concorrenza. Siamo già troppi, anche liberalizzando la professione, non aumenteremmo più di così.

Girando in rete ho trovato questi dati di bologna, oppure questi dati nazionali, riportati dal Sole24HH: il 50% degli avvocati guadagna meno di 16mila euro all’anno!

Mi si dirà che i dati sono falsati perché gli avvocati non pagano le tasse. A parte che vorrei conoscere in quale modo, visto che, per quanto mi riguarda, circa il 98% dei miei clienti è un ente pubblico o una società (e forse per questo rientro fra l’1% della popolazione più ricca d’Italia, pur non avendo barche, case a Cortina, Porsche ecc…).

Ma anche se così fosse, chi vi impedisce di fargliele pagare?

Chi impedisce di far pagare le tasse a medici, idraulici, muratori, elettricisti, imbianchini…

Vi lascio con questa perla.

Una delle mie segretarie ha come vicino di ombrellone al bagno un impresario edile che cambia una Porsche ogni due anni e che candidamente gli ha confessato che questo anno ha dichiarato di più per paura degli accertamenti. Indovinate quanto: 15.000 €. Meno del costo di mantenimento – non di acquisto – della macchina.

Continuiamo così… facciamoci del male