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Blog di Antonio Stancanelli

08 ottobre
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Sul referendum costituzionale: il bicameralismo perfetto

La riforma costituzionale si pone il problema del superamento del c.d. “bicameralismo perfetto”, cioè il principio secondo cui esistono due rami del parlamento (Camera e Senato) che hanno gli stessi poteri nella formazione di una legge, per cui questa può essere approvata solo se entrambi i rami concordano sul medesimo testo.

Il bicameralismo, infatti, aveva prodotto il c.d. “effetto navetta“, per cui le proposte di legge fanno la spola da una ramo a un altro del parlamento per cercare di ottenere l’assenso su un testo comune. In Italia, a differenza della Francia, non c’è un limite alle modifiche, per cui la navetta, nella sostanza, può essere infinita e portare a tempi lunghissimi, se non alla paralisi legislativa (oggi ormai il parlamento italiano riesce solo a convertire i D.L., di iniziativa governativa).

Guardando il dibattito Renzi/Zagreblesky, che ho già postato, sono rimasto letteralmente sconvolto nel sentire Zag, prof. di diritto costituzionale, che è stato membro e presidente della Corte costituzionale che candidamente, come un qualsiasi Travaglio, ha affermato delle vere e proprie panzane giuridiche, che sapeva chiaramente essere tali viste le sue particolari conoscenze di diritto costituzionale:

1) “il bicameralismo perfetto esiste anche in altri paesi“. E ha fatto l’esempio di Francia e Stati Uniti.

FALSO per la Francia, vi ho già messo il link: la navetta è limitata dalla prevalenza del Governo e della Assemblea Nazionale sul Senato (leggetevi l’art. 45 della loro costituzione). VERO IN PARTE per gli USA: esiste il bicameralismo, ma è mitigato dai poteri di veto del Presidente.

2) “i due rami del parlamento non hanno uguali poteri, sono uno il controllore dell’altro“. E ha fatto l’esempio del giudice di appello per dimostrare che un sistema in cui l’uno controlla l’altro è perfettamente legittimo.

SUPERPANZANA: non credo occorra essere esperti di diritto per rendersi conto che il paragone non calza. Il giudice d’appello non ha gli stessi poteri del giudice di primo grado, per il semplice motivo che è a lui sovraordinato è ha il potere di rivedere la decisione senza sentire il giudice di primo grado. Per rimanere in metafora, è come se il giudice di appello dovesse riscrive la sentenza d’accordo con il giudice di primo grado, utilizzando le stesse parole.

La realtà è un’altra: la costituzione italiana è “più bella del mondo” sicuramente per la parte prima, ma per quanto riguarda la seconda, è stata scritta con la paura del passato fascismo, per cui ci si è preoccupati, non solo, che esistessero dei contrappesi fra i vari organi costituzionali, a garantirne l’autonomia e indipendenza – ma fra questo vi era anche l’immunità parlamentare, a mio giudizio fatta fuori ingiustificatamente, per spinte populiste (discorso lungo v. qui) – ma che non potesse esistere alcun potere prevalente, nemmeno uno dei due rami del parlamento che, nononostante fossero organo collegiale, comunque rappresentavano elettorati diversi.

Tantomeno si è voluto attribuire un minimo potere in capo a figure uniche o a composizione ridotta, come il presidente del consiglio e il suo Governo, che in Italia, a differenza di altri paesi, contano come il due di picche.

E’ chiaro, però, che così si è sacrificata l’efficienza.

Non volendo toccare la riforma i poteri del PdC e del Governo, che avrebbe attirato ancor più gli strali contro Renzi, come accadde per B., si è solo semplificato il procedimento legislativo, per evitare almeno la navetta parlamentare e stabilendo poi che il Governo (v. nuovo u.c. art. 72)  possa chiedere che “un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo” sia esaminato prioritariamente e deciso in merito dalla Camera entro 60 gg..

Si poteva fare di meglio? Forse sì. Quello sempre. Ma non certo seguendo le obiezioni portate oggi dal NO

(segue)

 
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